La proposta arriva da Giovanni Abramo e Ciriaco D’Angelo dell’università di Roma Tor Vergata sul TuttoScienze di oggi: poche università dove far confluire i migliori docenti in grado di attirare capitali dal mondo privato e, perché no, anche dall’estero. Questi nuovi poli sarebbero caratterizzati da anime specifiche e non un grande numero di atenei indifferenziati, dove si fatica a individuare centri d’eccellenza. Distinguiamo che è in grado di produrre nuova conoscenza da chi prende uno stipendio (pubblico) ma non contribuisce alla ricchezza, anche solo intellettuale del paese. Nelle science dure, per esempio, il 23% dei ricercatori produce il 77% del totale dei risultati del settore in Italia. Consideriamo le tre università romane, suggeriscono Abramo e D’Angelo: prendiamo i ricercatori più produttivi per accorparli in una nuova struttura. Si otterrebbe una nuova università estremamente più performante di tutte le altre italiane, comprese le sei Scuole Superiori.
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Bad company e good company…? Mah…
Questa proposta, come molte altre, portano in se un limite metodologico e analitico molto forte.
Apparentemente la proposta e’ sensate, ma dopo una prima e superficiale analisi essa risulta equiparabile a chiacchiere da commari
Se la soluzione fosse quella indicata, qualcuno dovrebbe chiedere agli autori il perché’ l’Istituto Italiano di Tecnologia non sia decollato ….