Perché non fermate il declino dell’Enea?

All’ente che fa ricerca sull’energia un sesto dei soldi
degli anni’80. E così si formano cervelli che poi fuggono

Un centro ricerche dell'EneaUn centro ricerche dell’Enea

Lo chiudano piuttosto, se hanno il fegato di farlo. Ma è indecente tenere in vita l’Enea come fosse un peso morto, da alimentare controvoglia sparagnando sui centesimi. Il governo, quale che sia, pensa che l’Italia dei Fermi, degli Amaldi, dei Rubbia non abbia più bisogno della ricerca? Si assuma l’onere di dirlo. O si regoli come nei Paesi civili…

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Roma capitale della scienza 167mila occupati nell’innovazione

Roma capitale della scienza
167mila occupati nell’innovazione

Impianto Ftu Enea
di Paola Lo Mele

Sulla carta è un patrimonio davvero straordinario: 132 centri di ricerca, 48 dipartimenti universitari, la leadership in Italia per numero di laureati in discipline tecnico scientifiche e il secondo posto, dopo la Lombardia, per numero di lavoratori nell’innovazione. Ma molti ricercatori sono precari e bisogna fare i conti con i tagli e una politica distratta. L’assessore Fabiani: “C’è bisogno di un cambio di rotta”

IN EDICOLA “Metropolis”, la città della scienza
L’EDITORIALE “Elogio della semplicità” DI E. FONTANA

Sulla carta è un patrimonio davvero straordinario: 132 centri di ricerca, 48 dipartimenti universitari, concentrati in prevalenza a Roma, la leadership in Italia per numero di laureati in discipline tecnico scientifiche e il secondo posto, dopo la Lombardia, per numero di occupati nell’innovazione, ben 167.000, il 16,2% del totale nazionale. Ma la realtà quotidiana del “sistema” della ricerca scientifica e tecnologica, fotografato nell’ultimo rapporto sull’economia regionale firmato da Sviluppo Lazio, è piena anche di ostacoli e paradossi, dalla carenza di fondi e di politiche dedicate, sia da parte del governo che degli enti locali, alla fuga di cervelli all’estero. E le conseguenze si vedono, tra opportunità che si perdono e competitività che va a farsi benedire…

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Quattordici “cervelli in fuga” scrivono al ministro Profumo

I ricercatori denunciano con urgenza “i ritardi e le assurdità nella procedura di rinnovo del Programma di Rientro dei Cervelli del 2008/2009″. Che rischiano di costringerli a tornare a lavorare all’estero

Quattordici "cervelli in fuga" scrivono al ministro Profumo (ansa)

TRIESTE – Quasi un ultimatum. Quattordici “cervelli in fuga” rientrati in Italia, fra cui due ricercatori della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste, hanno inviato una lettera aperta al ministro dell’Istruzione Francesco Profumo per chiedere “razionalità e tempi certi nelle procedure per continuare a fare ricerca nel nostro Paese”. I vizi burocratici e la lentezza nei processi di valutazione, infatti, rischiano di lasciarli senza lavoro e costringerli a tornare all’estero.

Cervelli in fuga, il flop dell’operazione rientro:
“Illusi dall’Italia: dovremo emigrare di nuovo”

Bandi a rilento e incertezza sui fondi, l’allarme dei ricercatori tornati a casa. Sono dimezzati gli anni di contratto offerti agli scienziati e sono crollate le domande di partecipazione

di ELENA DUSI

Cervelli in fuga, il flop dell'operazione rientro: "Illusi dall'Italia: dovremo emigrare di nuovo"

L’INIZIATIVA fu intitolata a Rita Levi Montalcini per festeggiare i suoi cento anni, nel 2009. Quattro anni e 6 milioni di euro più tardi, il bilancio del Programma per giovani ricercatori, anche detto “Rientro dei cervelli”, ha al suo attivo appena 29 scienziati tornati in Italia. Solo il bando del primo anno ha concluso il suo iter. Gli altri sono ancora in fase di digestione. Lasciati nella pancia buia del ministero dell’Università… (continua su repubblica.it)

[Reblog]: Ricercatori in fuga

Scritto da Marta Facchini

Foto di Marta Facchini

La valigia di cartone stretta con lo spago, ultimo ricordo di un passato nostrano, lascia il posto a una certificazione di dottorato.  Eccolo il ricercatore-migrante tipo; età media 32 anni, spesso proveniente da una famiglia con alto livello di istruzione, impegnato in posizioni professionali a termine, in assegni di ricerca o borse post-doc.

Nel 2010 l’IRPS conduce un sondaggio sui ricercatori italiani residenti all’estero iscritti alla banca dati DAVINCI; i risultati mostrano come la condizione lavorativa degli intervistati appaia loro decisamente soddisfacente, soprattutto se confrontata con il periodo di ricerca negli istituti italiani…

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Cinque milioni per far rientrare 24 giovani ricercatori dall’estero

Fonte: Corriere Univ

Cinque milioni di euro per il rientro in Italia di giovani studiosi impegnati all`estero. Il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo ha firmato il decreto ministeriale che dà il via libera, per il 2013, al Programma per il reclutamento di giovani ricercatori ‘Rita Levi Montalcini’, intitolato alla scienziata premio Nobel recentemente scomparsa. Sarà così possibile per 24 giovani studiosi attualmente in servizio presso università ed enti di ricerca stranieri tornare a lavorare nel nostro Paese. L`iniziativa, spiega il Miur, è rivolta ai dottori di ricerca, italiani e stranieri, che abbiano conseguito il titolo da non più di 6 anni, impegnati stabilmente all`estero in attività di ricerca o didattica da almeno 3 anni. Previsti 24 contratti a tempo determinato, di durata triennale e non rinnovabili, che le università italiane potranno stipulare per la realizzazione di programmi di ricerca autonomamente proposti. Al termine dei tre anni il ricercatore, se in possesso dell`abilitazione scientifica nazionale e in caso di valutazione positiva del lavoro svolto da parte dell`ateneo, potrà essere inquadrato nel ruolo di professore associato.

La selezione dei progetti di ricerca è affidata ad un comitato composto dal presidente della Crui e da quattro studiosi di alta qualificazione scientifica in ambito internazionale, nominati dal ministro. Al termine della valutazione il Comitato ordinerà, secondo una lista di priorità, tutte le domande valutate positivamente e proporrà al Ministero quelle da finanziare sulla base dello stanziamento disponibile. In seguito, il Miur contatterà le singole università, tenuto conto dell`ordine di preferenza dei candidati selezionati. Per partecipare alla selezione gli studiosi, nel corso dei tre anni di all`estero, non devono aver ricoperto alcuna posizione presso enti o università italiane e devono aver completato il PhD entro il 31 ottobre 2009. Le domande dovranno essere presentante esclusivamente per via telematica, attraverso il sito web Miur.

4 febbraio 2013

Non solo ricercatori, anche i manager in fuga

TALENTI ADDIO

Non solo ricercatori, anche i manager in fuga

È boom: +40%. In Italia «carriere bloccate e prospettive incerte».

Vito Gioia, managing partner di Amrop. (© Imagoeconomica) Vito Gioia, managing partner di Amrop.

Sempre più globetrotter. Per colpa della crisi. Negli ultimi tre anni l’esportazione italiana dei manager ha registrato un vero e proprio boom: sono cresciute del 40% le posizioni ricoperte dai ‘capitani’ tricolore nelle aziende d’oltreconfine.
In totale, secondo un’indagine di Amrop, gruppo leader nel campo dei ‘cacciatori di teste’, i manager del Belpaese impegnati all’estero sono circa 5 mila, di cui circa il 75% nell’Europa Occidentale…

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La fuga dei cervelli pesa sui conti: ci costa quasi un miliardo all’anno

La cifra emerge incrociando i dati sulla spesa sostenuta dalla collettività per far arrivare un giovane al titolo di studio universitario (circa 124 mila euro) e quelli sui laureati che espatriano, più di 68mila dal 2002 al 2011

di SALVO INTRAVAIA

La fuga dei cervelli pesa sui conti: ci costa quasi un miliardo all'anno

La fuga dei cervelli ci costa quasi un miliardo di euro all’anno. E’ quanto emerge incrociando i dati sul costo sostenuto dallo Stato italiano per la formazione dei propri studenti e quelli pubblicati qualche giorno fa dall’Istat sulle “Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente”, anche per scopi lavorativi. L’istituto nazionale di statistica nel 2011 ha rilevato un vero e proprio boom di laureati con oltre 25 anni di età in fuga verso l’estero, soprattutto in cerca di occupazione. La crisi economica nel nostro Paese non dà ormai possibilità di lavoro neppure ai laureati più brillanti, che cercano fortuna oltre confine…

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[Reblog]: Non è un paese per ricercatori

Non e’ un paese per ricercatori

23 dicembre 2012 Francesco Lippi

La Newsletter di dicembre 2012 dello European Research Council (ERC) fornisce dati utili per confrontare la performance delle “eccellenze” accademiche all’interno dell’Unione Europea. L’Italia, manco a dirlo, non fa una bella figura. Anzi fa una doppia brutta figura.

L’ERC e’ una istituzione comunitaria che eroga finanziamenti consistenti (intorno a 2 milioni di euro a progetto) in tutti i campi del sapere sulla base di criteri rigorosamente meritocratici: ciascun progetto viene rivisto da molti referees (tra 5 e 7), su due turni di valutazione e le procedure sono gestite da commissioni formate da accademici con curricula di altissimo livello e reclutati in tutto il mondo.

A pagina 3 della Newsletter compare questa figura.

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[Reblog]: Il partito della fuga dei cervelli colpisce ancora

Fonte: furia dei cervelli

IL PARTITO DELLA FUGA DEI CERVELLI COLPISCE ANCORA

Dicembre è il mese dei consuntivi. E delle offensive del partito della fuga dei cervelli. La sua è una retorica pervasiva, improntata allo sport preferito nazionale – l’autocompatimento e il vittimismo – è riuscita ad imporre nell’ultimo decennio l’idea che in Italia esista un’emergenza “fuga dei cervelli”.

 
Quando la nave affonda, i migliori fuggono

Laureati, boom di fughe all’estero.

Laureati, boom di fughe all’estero. Londra e Berlino le città più sognate

Secondo i numeri diffusi dall’Istat la percentuale di giovani laureati che lasciano il Belpaese è passata dall’11,9 per cento del 2002 al 27,6 per cento del 2011

DOCUMENTO  Il rapporto integrale dell’Istat

SPECIALE  Giovani in fuga, l’Italia perde i cervelli

I giovani espatriati raddoppiano in dieci anni. «Qui non riusciamo più a trovare un lavoro all’altezza» E il piano per il rientro non decolla
ENRICO CAPORALE (AGB)
TORINO

L’Italia non è un Paese per laureati. O almeno, non lo è più. Lo dice il rapporto Istat sulle migrazioni internazionali e interne della popolazione residente, secondo cui la percentuale di giovani dottori che lasciano il Belpaese è passata dall’11,9 per cento del 2002 al 27,6 per cento del 2011: più del doppio in appena dieci anni. La meta preferita? Il Regno Unito che accoglie l’11,9 per cento dei nostri cervelli. In coda Svizzera, Germania e Francia, ma anche mete più distanti come Stati Uniti, Brasile e Australia…

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L’Università non può invecchiare

Fonte: La Stampa

Il «grido di dolore» lanciato dal capo del Politecnico torinese, Marco Gilli, al ministro dell’Università, Francesco Profumo, ha il merito di segnalare un problema che, colpevolmente, viene troppo trascurato, quello del sostanziale blocco del turn over tra i professori dei nostri atenei. Un fenomeno che ha, perlomeno, due gravi conseguenze: una riduzione della quantità e della qualità dell’insegnamento e la chiusura delle prospettive di occupazione universitaria proprio per i giovani più brillanti e più impegnati nella ricerca.

È significativo che questo allarme arrivi dal nostro Politecnico, ateneo che vanta un’ottima reputazione nazionale e internazionale e che sembrerebbe, per le sue caratteristiche, patire meno i i tagli imposti dalla grave situazione finanziaria del nostro Stato. È presumibile, perciò, che l’invecchiamento del corpo docente possa procurare, negli altri indirizzi di studio, danni ancor maggiori.

I numeri ricordati dal rettore Gilli sono inquietanti: «Nei prossimi anni – ha affermato durante la cerimonia per l’inaugurazione dell’anno accademico – la metà dei nostri professori ordinari andrà in pensione. Solo 5 su 221 sono, oggi, sotto i 45 anni». Poiché solo il 30 per cento dei dipendenti che vanno in pensione possono essere sostituiti, le conseguenze di tale situazione sono facilmente intuibili.

Il destino della docenza nell’ateneo torinese di corso Duca degli Abruzzi può simboleggiare quello dell’Italia, giustamente additata come «il paese per vecchi». È giusto farsi carico della grave condizione dei bilanci pubblici, perchè la demagogia di chi, nei decenni passati, ha moltiplicato corsi di insegnamento e sedi universitarie decentrate è la maggior responsabile di quella incontrollata spesa dello Stato che ci ha fatto arrivare a questo punto. Ma è sbagliato procedere con tagli che non selezionano i campi d’intervento. Se tutti siamo d’accordo, almeno a parole, che le priorità degli investimenti debbano essere quelle destinate ai giovani, alla loro formazione e alla loro possibilità di essere impiegati nella ricerca scientifica e tecnologica, unica via d’uscita per la crisi della nostra economia industriale, allora non si capisce perchè ci siano così evidenti contraddizioni logiche tra la teoria e la pratica.

Chiudere le porte in faccia agli studenti che vorrebbero dedicarsi alla carriera universitaria e alla ricerca, costringere i migliori nostri giovani ad accelerare il già crescente esodo di cervelli italiani all’estero, lasciare l’insegnamento negli atenei a un sempre minore numero di docenti, per di più invecchiati e oberati di compiti burocratici, vuol dire chiudere la porta al futuro del nostro paese.

Una controriforma che soffoca l’università

manifestFonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Cavaliere

Una controriforma che soffoca l’università 

Eliminare la figura del ricercatore a tempo indeterminato è come immaginare un’università di soli professori, un’amministrazione pubblica fatta di soli dirigenti o un giornale fatto di soli direttori. Così dilaga la precarietà e la fuga dei cervelli.

Tra i guasti della riforma Gelmini dell’Università – e delle contestuali politiche di tagli della spesa pubblica -, quello forse più grave tocca le vite di tanti giovani che della ricerca e della didattica universitaria hanno fatto il loro impegno di studi.

La riforma, come è noto agli addetti ai lavori, ha eliminato la figura del ricercatore a tempo indeterminato, sostituendola con quella del ricercatore precario, a tempo determinato. Contestualmente, la logica dei tagli di spesa ha comportato continue riduzioni del fondo di finanziamento universitario – l’ultima è quella pianificata dal cosiddetto governo dei «tecnici» -: con la conseguenza che è sempre più difficile assumere nuovi professori. Non si dica, quindi, che l’abolizione della figura del ricercatore a tempo indeterminato consegue l’obiettivo di «democratizzare» l’Università assumendo tutti nel ruolo dei professori; perché non sono state poste le condizioni strutturali per questo, ma per il contrario, cioè per un sostanziale blocco delle assunzioni. Oltretutto, quell’obiettivo, ammesso che lo si volesse davvero raggiungere, sarebbe già di per sé irragionevole, perché immaginare un’Università di soli professori è come immaginare un’amministrazione pubblica fatta solo di dirigenti, un giornale fatto solo di direttori, e così via: cioè un’organizzazione del lavoro priva di ruoli diversificati. E comunque, se ciò che sta a cuore dei riformatori fosse veramente la libertà del ricercatore, certamente non gioverebbe alla stessa l’aver ridotto i ricercatori, prima stabili, a precari! Il solo vero risultato dell’abolizione del ricercatore a tempo indeterminato è stato quello di aver tolto a giovani studiosi maturi per quel ruolo la possibilità di conseguirlo stabilmente.

I tagli fanno sì che al pensionamento di molti docenti corrisponda l’impossibilità di un ricambio generazionale nell’Università pubblica; e ciò rende sempre più difficile lo stesso svolgimento dei compiti didattici e di ricerca da parte dei docenti, spingendo inesorabilmente gli Atenei verso l’adozione del numero chiuso e, quindi, verso la limitazione del diritto allo studio universitario. Con il risultato di favorire gli interessi privati delle Università private, magari telematiche, dei veri diplomifici sovente di alto costo e pessima qualità.

In tale contesto, suona davvero come una presa in giro l’aver bandito recentemente un concorso nazionale per l’abilitazione alla docenza, laddove non vi saranno i fondi per assumere i docenti; si consideri che già oggi non sono pochissimi i professori che, pur vincitori di concorso, non possono essere assunti dalle Università per mancanza di risorse. E pensare che, secondo i dati ministeriali, sono decine di migliaia gli aspiranti alla prossima abilitazione, ovvero alla disoccupazione!

Ma ciò che più lascia sgomenti è la desertificazione dell’Università dai giovani cervelli che l’infausta riforma – avallata anche dal centrosinistra «democratico» – e la sua pedissequa attuazione da parte dei politicissimi «tecnici» recano con sé. Da sempre l’Università si regge sul lavoro precario e spesso gratuito di giovani cultori della materia; ebbene, per loro la riforma, la sua attuazione «tecnica» e la contestuale politica di tagli lineari, anziché porre fine ad un tale intollerabile stato di cose, hanno significato soltanto più precarietà e gratuità, fino a sancire nei fatti ciò che si dichiara con inquietante cinismo, cioè l’essere un’intera generazione di giovani ormai «perduta».

Di questa generazione perduta fa parte, ad esempio, il cultore della materia al quale non si può dare più un contratto per le attività didattiche integrative che svolge: inizialmente, perché la riforma Gelmini escludeva coloro che non avessero già un reddito di almeno 40.000 euro (avete letto bene, quarantamila annui; nessun neolaureato li guadagna, e se li guadagnasse non avrebbe certo bisogno di un contratto!), e ora, semplicemente, perché non ci sono i fondi. C’è, poi, il dottorando senza borsa – si tratta di circa un terzo dei dottorandi – che, per il suo lavoro di ricerca e di aiuto alla didattica, non solo non riceve un euro, ma deve pagare fino a duemila euro l’anno di tasse d’iscrizione; c’è il dottore di ricerca, che dopo aver investito tre anni e più nell’Università si trova drammaticamente senza sbocchi e per giunta, sostanzialmente, senza la possibilità di spendere altrove il titolo conseguito; e c’è colui che, dopo il dottorato, ha continuato a lavorare nell’Università, magari ricevendo per qualche tempo una retribuzione precaria – assegni di ricerca, borse postdottorato – ed ora, dopo lustri, dico lustri, di lavoro si vede disperatamente precluso un futuro lavorativo.

La conseguenza di tutto ciò è che un professore, ormai, quando si vede davanti un neolaureato promettente e con la passione per la ricerca, se ha un minimo di senso di responsabilità deve prospettargli realisticamente una graticola di un decennio – se va tutto bene! – vissuta precariamente e magari a proprie spese, e, quindi, deve consigliargli di cercare altrove il riconoscimento delle proprie capacità. Con il risultato contrario all’interesse dell’Università e della ricerca: quello della fuga dei cervelli.

E non si pensi che coloro che resisteranno alle frustrazioni del precariato e tenteranno l’abilitazione siano selezionati, con la riforma, secondo criteri di merito! Le farraginose procedure di selezione, frettolosamente e confusamente approntate dalle burocrazie del ministero Profumo, fanno infatti leva sul criterio della quantità di pubblicazioni; bisogna superare la «mediana» per concorrere all’abilitazione. Dunque, pubblicare molto, anche a discapito della qualità; spezzettare i lavori, fare in fretta pur di fare numero: ecco un altro meccanismo «criminogeno», distruttivo della vera ricerca, che richiede naturalmente tempo ed approfondimento. Ma questo sarebbe un altro, lungo discorso.

Non si può assistere inerti ad una situazione così insostenibile. Occorre una mobilitazione dell’intero mondo accademico e della società civile, che esiga una vera e propria rivoluzione copernicana delle recenti politiche dell’Università, per restituire ai giovani studiosi e, quindi, alla didattica e alla ricerca stesse, un futuro.

Ricerca: Schifani, tagli non devono intaccarne qualita’

(AGI) – Roma, 20 nov. – “Purtroppo la grave crisi mondiale e italiana che stiamo attraversando ha portato a necessarie riduzioni di bilancio e a un conseguente doloroso ridimensionamento in molti settori. I tagli pero’ non possono ne’ devono intaccare la straordinaria qualita’ dei nostri ricercatori e delle nostre ricercatrici“. Lo ha detto il presidente del Senato, Renato Schifani, intervenendo alla consegna dei premi II edizione della ‘Bioeconomy Rome’ International Conference nella sala degli Atti parlamentari della biblioteca del Senato.

Schifani ha sottolineato che “la ricerca scientifica e’ fondamentale a molti livelli” e che “si puo’ senza dubbio affermare che un paese che non fa ricerca e che non aiuta la ricerca e’ un paese dall’avvenire incerto“. Ha evidenziato poi il problema della ‘fuga dei cervelli’, “di molti giovani che si recano soprattutto negli Stati Uniti dove riescono a lavorare meglio, ad avere maggiori finanziamenti a disposizione per le loro ricerche, con strutture piu’ avanzate e servizi piu’ importanti” e che le istituzioni in Italia hanno “a cuore il problema: vogliamo consentire – ha sostenuto – una parita’ di accesso a tutti i giovani meritevoli in campi come quello della ricerca“.

Mi pare – ha proseguito – che nonostante le difficolta’, stiamo facendo del nostro meglio per tenere l’Italia dalla parte di quelle nazioni che credono nella ricerca e investono nei loro giovani. Sono certo che, nonostante le difficolta’ del momento, le istituzioni che da sempre hanno a cuore il progresso della scienza, sapranno individuare le risorse necessarie per proseguire sperimentazioni, studi e indagini, e per consentire all’Italia e ai suoi ricercatori di scoprire e sviluppare nuove idee e nuovi percorsi sempre piu’ all’avanguardia, validi ed efficaci, che trasformino le speranze in concrete realta’“.

Ha isolato il virus dell’aviaria. Pronta a fuggire dall’Italia

Quando scoprì l’H5N1 si oppose all’idea di circoscrivere le informazioni a pochi laboratori

Ha isolato il virus dell’aviaria
Pronta a fuggire dall’Italia

Per lei spazi ridotti nella mega struttura di Padova

La «Torre della ricerca» a PadovaLa «Torre della ricerca» a Padova

Quando stamane gli presenteranno Ilaria Capua come una fuoriclasse simbolo della ricerca italiana nel mondo, Giorgio Napolitano abbia chiara una cosa: senza una svolta se ne andrà anche lei. Dove lavora, infatti, le hanno detto che deve accontentarsi degli spazi che ha. Inaccettabile, per chi gioca una partita planetaria…

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Ricerca scientifica, Italia al quarto posto per pubblicazioni

Ricerca scientifica, Italia al quarto posto per pubblicazioni

Il nostro paese si colloca solo dopo Francia, Germania e Stati Uniti. Il dato riguarda i ricercatori più aperti a collaborare o a trascorrere un periodo all’estero, che in Italia sono il 32,6%, con un indice di produttività maggiore del 52% rispetto alla media nazionale

Ricerca scientifica, Italia al quarto posto per pubblicazioni

La ‘fuga dei cervelli’ va in soffitta: in una ricerca scientifica sempre più globalizzata cambiano i parametri per valutare la produttività scientifica di un Paese così come cambia il modo di valutare l’eccellenza. E’ il quadro proposto dal primo Forum nazionale sulle politiche di ricerca organizzato dalla casa editrice Elsevier in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr)…

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Cervelli in fuga? Troppo pochi…

Cervelli in fuga? Troppo pochi
Più si emigra più si produce

Un’analisi di Elsevier su dati Scopus
ha “inseguito” i ricercatori italiani nei loro spostamenti. Ne emerge
un quadro diverso dai soliti cliché
ROBERTO GIOVANNINI
ROMA

Essere un “cervello in fuga”, un ricercatore costretto a lavorare in un paese straniero, è un problema, ma quasi sempre anche un fattore positivo e un vantaggio. Ancora, nonostante tutto il nostro paese è ancora in grado di attirare dall’estero ricercatori. Un’analisi effettuata da Elsevier in merito ai cosiddetti fenomeni di “brain circulation” in Italia, condotta nel periodo 1996–2011 sulla base dati Scopus, restituisce un’immagine più complessa dei flussi migratori dei ricercatori da e verso l’Italia, rispetto al consueto cliché della “fuga di cervelli”…

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