Intervista al commissario ENEA

Puntare sull’atomo per rilanciare la ricerca

Pubblicato il 04 febbraio 2011.

Giovanni Lelli, presidente di Enea, considera il ritorno al nucleare un viatico fondamentale per tornare a investire in Italia sulla ricerca e lo sviluppo

«Non c’è solo il nucleare sul piatto. Il nostro Paese deve tornare a trovare il gusto per le grandi infrastrutture, per le grandi opere di ingegneria nelle quali, in passato, ha saputo eccellere». Per Giovanni Lelli, presidente dell’Enea, l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile, la sfida del nucleare è qualcosa di più che una semplice discussione circoscritta al dibattito energetico e ambientale. È una sfida che coinvolge e coinvolgerà tutto il Paese e che permetterà alle imprese e al mondo della ricerca di tornare a competere a livello internazionale.

Perché è così importante tornare al nucleare?
«Il nucleare ha una grande importanza in termini industriali, scientifici e culturali. Una centrale nucleare è un impianto estremamente complesso che va considerato nel suo insieme come una grande opera. Nel nucleare sono impiegate le tecnologie più innovative, i materiali e gli strumenti più sofisticati in circolazione. Dagli impianti elettrici di controllo ai sistemi per la gestione del combustibile. Persino il vessel, e cioè il grande involucro d’acciaio che contiene il reattore (nella foto), è un capolavoro di ingegneria e di industria. Per questo ritengo che tornare a costruire centrali nucleari in Italia significhi far tornare nel nostro Paese competenze e orgoglio che abbiamo in parte lasciato al passato: quello cioè di saper realizzare grandi infrastrutture».

Quale crede che possa essere il contributo dell’Enea al ritorno del nucleare in Italia?
«Il nostro Ente è l’unico in Italia che possiede fisicamente due reattori nucleari di ricerca. Si tratta di piccoli impianti che possono però dare un enorme contributo alla formazione e alla certificazione dei nuovi tecnici che saranno chiamati a intervenire nelle future centrali nucleari. Poi possiamo dare un grandissimo contributo anche per quanto riguarda il sistema delle imprese e la messa a punto di sistemi di qualificazione adeguata alla tecnologia nucleare. Inoltre possiamo fornire competenze decisive anche alla ricerca, per lo sviluppo di nuove tecnologie nucleari come per esempio i reattori di nuova generazione».

Crede che il nostro Paese sia attrezzato per riuscire a sviluppare nel campo dei reattori di quarta generazione un proprio modello industriale? In pratica un reattore tutto “made in Italy”?«No. E, anzi, penso che sarebbe del tutto velleitario se il nostro Paese si avventurasse su questa strada. Molti ricercatori e tecnici italiani sono impegnati a sviluppare progetti di reattori di quarta generazione, ma all’interno di programmi di ricerca internazionale. Nel settore del nucleare sarebbe impossibile sviluppare un reattore di questo genere da soli».

Sappiamo che nel mondo c’è un problema di carattere industriale che rischia di frenare lo sviluppo del nucleare: solo poche acciaierie sono infatti attrezzate a realizzare i vessel dei nuovi reattori. L’industria italiana è in grado di rispondere a questa carenza di mercato?
«Sì, è vero. Se si dovesse dar corso a tutti i progetti presentati per la realizzazione di nuove centrali non bastano le forge necessarie alla costruzione dei reattori. Si tratta di impianti molto grandi e sofisticati, che devono poter lavorare su lingotti d’acciaio enormi. Non credo che le nostre industrie siano in grado di sopperire a questa carenza, anche se non è detto che un domani non si possa pensare di investire su questo».

Quando si parla di trovare un sito per la gestione delle scorie nucleari, si pensa a un centro per la ricerca e lo sviluppo di tecnologie destinate allo smaltimento dei residui radioattivi. Ritiene che il centro della Casaccia, dove già esiste un deposito di scorie, possa essere candidato a questo scopo?
«No, nella maniera più assoluta. Il centro La Casaccia (Roma) è un istituto in cui sono impiegati oltre 1.200 fra ricercatori e tecnici che si occupano degli aspetti più diversi della ricerca. Non solo il nucleare, ma anche le biotecnologie, lo studio dell’impatto sismico, lo sviluppo dell’energia solare. Insomma è vero che una parte dell’impianto di La Casaccia è occupato da un deposito di scorie, ma quella del nucleare non è certo l’unica vocazione di questa importante infrastruttura di ricerca».

Autore dell’articolo:

Fonte: www.espansioneonline.it

Link: Intervista al Commissario Lelli (dal sito ENEA)

2 pensieri su “Intervista al commissario ENEA

  1. ma io rimango della mia idea http://giovannimazzitelli.wordpress.com/2010/11/19/e-bravo-clo-ha-la-stessa-mia-idea-sul-nucleare-italiano/
    per di piu’ “la grossa impresa italiana” mi suona tanto come il ponte sullo stretto, etc
    Comunque concordo pienamente che l’ENEA debba avere un grosso piano di R&D sul nucleare, magari punterei piu’ a cercare di realizzare qualcosa di innovativo far qualche anno piuttosto che comprare centrali chiavi in mano dai cugini francesi.

    • In effetti bisogna vedere se l’ENEA ha le risorse, le persone e competenze per intraprendere un serio piano di R&D sul nucleare.

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