Fabio Beltram sul nuovo statuto CNR

Rivoluzione tranquilla al Cnr

Fabio Beltram

09 febbraio 2011

 

Un nuovo statuto è stato licenziato dal consiglio di amministrazione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). Per questo scopo l’organo è stato allargato con cinque esperti di nomina ministeriale, uno dei quali – è bene dirlo subito – è proprio lo scrivente. L’importanza del Cnr rende opportuna una riflessione sui principi ispiratori dello statuto e credo potrà portare a una più larga condivisione del testo.

Il Cnr è oggi articolato in un centinaio d’istituti e 11 dipartimenti che ne coordinano le attività nelle aree tematiche di rispettiva competenza. Nel 2010 le risorse trasferite dallo stato al Cnr per il suo funzionamento ordinario (al netto cioè di finanziamenti pubblici per progetti specifici) ammontano a più di 550 milioni. Una cifra importante, ma insufficiente a coprire le spese di personale e le altre spese fisse.
In altre parole, lo stato finanzia solamente i “ricercatori fermi”. Sia chiaro, i ricercatori non stanno affatto fermi e reperiscono finanziamenti pubblici e privati per svolgere progetti di ricerca. Questa situazione è sì la prova della vitalità dell’ente e delle capacità dei suoi ricercatori, ma mostra anche che lo stato non utilizza appieno il potenziale rappresentato dal Cnr per promuovere lo sviluppo del paese.
Il governo ogni tre anni approva il Piano nazionale della ricerca (Pnr) che indica le scelte strategiche per lo sviluppo culturale ed economico del paese e rappresenta uno degli strumenti principali d’indirizzo per l’innovazione e la competitività del nostro sistema produttivo. Uno degli “strumenti” per l’attuazione di queste politiche dovrebbe essere rappresentato proprio dagli enti di ricerca, in primis il più grande, il Cnr. Ebbene, il governo con il trasferimento del fondo per il funzionamento non ha nei fatti la capacità di mettere in gioco risorse per l’avvio di progetti, per stimolare la ricerca nelle direzioni che reputa strategiche, ma, a malapena, copre stipendi, affitti, eccetera.
È noto che in Italia la spesa per la ricerca è inferiore, anche di molto, a quella dei paesi con cui ha senso confrontarsi e va detto che l’equilibrio al sistema potrebbe essere portato con un aumento delle risorse. Tuttavia questo aumento – pur auspicabile e opportuno – non correggerebbe questa mancanza di stimolo e indirizzo della ricerca se ad esso seguisse un corrispondente aumento delle spese fisse. Sia chiaro: più spese fisse, ovvero più personale e più strutture potrebbero aumentare la competitività del Cnr, ma non vi sarebbe la garanzia che le risorse aggiuntive sarebbero destinate agli obiettivi strategici di sviluppo fissati dagli organi dello stato a ciò deputati.

Una delle idee “rivoluzionarie” del nuovo statuto è quindi l’introduzione di un tetto per le spese fisse che devono essere limitate a una frazione dei trasferimenti, così da assicurare la disponibilità di risorse reali da destinare al finanziamento di specifici progetti di ricerca. Si è scelto il tetto del 75% del fondo per il funzionamento ordinario come limite per le spesa per il personale (attualmente all’84%). Questo obiettivo, statutariamente, andrà realizzato su una scala temporale di dieci anni. Tempi lunghi, certo, ma la struttura è complessa e dietro questi numeri ci sono persone. Si chiede in realtà di gestire con attenzione il turn over, ma soprattutto questo nuovo modello di funzionamento dovrà essere uno stimolo per l’incremento dei trasferimenti al Cnr. Infatti questo statuto farà sì che il Pnr possa trovare uno strumento efficace nel Cnr, in quanto le risorse per finanziare ricercatori “in azione” saranno trasferite ai dipartimenti che potranno a loro volta assegnarle agli istituti.

Altra idea “rivoluzionaria”: il numero dei dipartimenti è stato limitato a un massimo di sette per favorire le interazioni tra le discipline e semplificare la struttura burocratica dell’ente. Riguardo agli istituti, poi, ne viene rilanciato il ruolo strategico e l’importanza. Gli istituti avranno infatti maggiore successo nella competizione per le risorse interne se avranno saputo attrezzarsi per le linee strategiche emergenti nel Pnr. Lo strumento è l’autofinanziamento tramite progetti esterni con la conseguente acquisizione di strumentazione e il reclutamento di personale (finanziato proprio da queste risorse esterne con contratti legati ai progetti stessi) con le competenze “giuste”. Verrà così valorizzato il giusto spazio da riservare alla libertà individuale di ricerca e all’espressione della creatività dei ricercatori dell’ente.
Gli istituti svolgeranno un’azione di foresight dalla quale dipenderà il loro successo e la conseguente assegnazione di risorse “interne” anche per l’assunzione a tempo indeterminato dei migliori tra i ricercatori coinvolti nei progetti esterni. Anche su questo “precariato” lo statuto si pronuncia e fissa un limite al periodo di prova (nel mondo anglosassone si parlerebbe di tenure track) in dieci anni. Forse anche questa limitazione è “rivoluzionaria”.
Ci sono poi tante altre questioni, ma particolari, come il dettaglio del ruolo del direttore generale nella definizione del compito d’indirizzo del presidente e degli aspetti “gestionali” della rete di ricerca. Su questo la tensione è stata grande, ma spero che queste considerazioni possano invece contribuire a una riflessione pacata su questo passaggio istituzionale e rendere più incisivo e condiviso il lavoro sui regolamenti dell’ente. Questo processo parte ora e il contributo di tutti sarà determinante affinché il Cnr possa giocare al meglio il suo ruolo nei prossimi anni, in un momento in cui finalmente è chiaro a tutti che proprio ricerca, cultura e capacità d’innovare sono necessari perché l’Italia possa rilanciare la sua economia e ricostruire il suo ruolo internazionale.

Fonte: Il Sole 24 Ore

3 pensieri su “Fabio Beltram sul nuovo statuto CNR

  1. Il prof. Beltram scrive che “l governo ogni tre anni approva il Piano nazionale della ricerca (Pnr)”. Mi permetto di sottolineare che avrebbe dovuto invece scrivere “dovrebbe approvare”, dal momento che l’ultimo Pnr approvato è quello del 2005-2007, e che il prossimo, che dovrebbe coprire il trienno 2010-2012 è ancora fermo al CIPE.

    Al CIPE dovrebbero essere trovate le risorse addizionali necessarie, proprio per le ragioni che correttamente riporta il prof. Beltram: i progetti a carattere nazionale più ambiziosi e importanti NON possono trovare tutto il loro finanziamento nel fondo ordinario, e la spesa complessiva in ricerca va assolutamente aumentata.

    Insomma, non abbiamo un piano da 4 anni (includendo il 2011, che per quanto riguarda la programmazione è già finito…) e non sappiamo quando e con che risorse si ripartirà con un minimo di programmazione. Non è una responsabilità del prof. Beltram, ma avrebbe potuto sottolinearlo per chi non è così addentro alle vicende della ricerca italiana.

  2. Con il massimo rispetto per le opinioni (molto più autorevoli delle mie) del prof. Beltram, mi risulta difficile da accettare in pieno un frase del tipo:
    “Ci sono poi tante altre questioni, ma particolari, come il dettaglio del ruolo del direttore generale nella definizione del compito d’indirizzo del presidente e degli aspetti “gestionali” della rete di ricerca.”

    A me, forse ingenuamente, pare che la definizione del ruolo di indirizzo scientifico e di politica di ricerca del presidente, rispetto ad un ruolo fortemente accentrante e “onnicompresivo” del direttore generale, così come disegnato nel nuovo statuto CNR, ma anche in altri enti, mi sembra tuttaltro che un dettaglio, anzi, direi che è un elemento di forte preoccupazione.

  3. E infine, il prof. Beltram ha un’altra piccola amnesia: parlando dello statuto del CNR, in particolare, che ne è del ruolo dei Ricercatori nella gestione e nella pianificazione del LORO ente, dei LORO progetti, della LORO vita scientifica e professionale?

    Per parafrasare la prosa icastica del prof. Beltram, direi che un ente di ricerca, che esautora DEL TUTTO i ricercatori (neanche un membro del consiglio di amministrazione su 5 designato dalla comunità scientifica), quella sì, è una vera rivoluzione, perfino per un sistema della ricerca come quello italiano

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