Lettera di una assegnista CNR

Salve a tutti,

Mi presento: mi chiamo Silvia Vangelista e sono – anzi, ero – assegnista di ricerca presso l’istituto IMM (unità di Agrate Brianza) del CNR. Cercando in giro sul web qualche voce che lotta contro il precariato avvilente presente all’interno di università ed enti di ricerca, mi sono imbattuta in voi. Spero vogliate ascoltare la storia assurda, il girone dantesco in cui sono incappata.

Comincio dall’inizio, sperando così di essere più chiara. La portata del danno introdotto dalla riforma Gelmini, approvata in fretta e furia il 29 dicembre 2010, non è stato compresa da nessuno di noi ricercatori CNR fino a quando il 28 gennaio 2011, lo stesso CNR – tramite la Direzione Centrale Supporto alla Gestione delle Risorse – non ci ha inviato questa circolare: http://www.ittig.cnr.it/BancheDatiGuide/circolari/c11-07a1.pdf

La prima domanda che ci viene da formulare dopo aver letto questo comunicato inconsistente è la seguente: ma i rinnovi dei contratti di assegno di ricerca entro quale disciplinare ricadono? il vecchio o il nuovo? E soprattutto, quando verrà scritto il nuovo disciplinare? All’inizio, sembrava ovvio che trattandosi di rinnovo, ed essendo la RINNOVABILITA’ prevista dal contratto, si rientrasse nel vecchio disciplinare, ma dopo numerose richieste di chiarimento, ci è stato comunicato sempre dalla stessa Direzione che così non era, che il rinnovo dei contratti di assegno di ricerca erano (e rimangono tuttora) bloccati, a meno che non venga emesso un disciplinare CNR che preveda diversamente.

Nei primi giorni di febbraio, dopo questa notizia, comincio a sudar freddo: il mio contratto – 1 anno di assegno di ricerca – scade il 14 febbraio. Ma tutti mi dicono di rimanere calma, che non è possibile che la direzione, il CdA del CNR, il presidente del CNR dott. Maiani, non prendano le dovute contromisure a questo disastro…

E invece…

Invece il CNR rifiuta di esprimersi, nulla emerge dalla riunione del CdA tenutosi il 9 febbraio. Nè soluzioni provvisorie in attesa del nuovo disciplinare, nè un nuovo disciplinare. Nessuna notizia…

Nemmeno il dott. Maiani risponde alle mail che invano chiedono chiarimenti. E oggi 15 febbraio, è il mio primo giorno da disoccupata. Senza preavviso. Con un affitto da pagare (visto che non rientro nemmeno nell categoria “bamboccioni”), un progetto di ricerca bloccato, degli esperimenti rimasti in sospeso…

Mi chiedo quanti altri colleghi si trovano o si stanno trovando nella stessa situazione, sia a causa del blocco dei rinnovi che dell’impossibilità di emettere nuovi bandi. In quanti stiamo subendo questo sorpruso, nonostante la Riforma dichiari di ispirarsi alla Carta Europea dei Ricercatori? Perchè mi ritrovo a casa senza nessun preavviso, senza neppure poter ricorrere al sussidio alla disoccupazione? Perchè mi ritrovo ad essere un lavoratore di serie B? A queste domande non ho ancora trovato una risposta, ma mi ritrovo amaramente a concludere che, come molti miei colleghi, dovrò smettere di credere nel Sistema Italia e andarmene all’estero….

Non prima però di aver cercato in tutti i modi di rivendicare quei diritti che mi sono stati negati. Perciò vi chiedo di fare un appello generale, sia a chi si trova nella mia stessa situazione, sia a chi presto potrebbe trovarcisi, per dire BASTA! Dobbiamo unirci e finalmente far sentire la nostra voce!

Vi ringrazio per qualsiasi aiuto vogliate fornire per diffondere queste notizie e questo appello: http://www.associazionericerca.it/node/192

Silvia Vangelista

28 pensieri su “Lettera di una assegnista CNR

  1. Se umanamente posso comprendere la rabbia di chi si trova di colpo senza lavoro, non posso però evitare una domanda: perchè si deve dare per acquisito che soldi pubblici (cioè le tasse, di chi le paga) debbano finanziare ogni sorta di progetto di ricerca? Nella assoluta maggioranza dei casi la ricaduta sociale di questo investimento è nulla o quasi. E’ ora di aprire gli occhi alla realtà: le nazioni occidentali -indebitate oltre ogni limite- sono destinate a ridurre inesorabilmente sempre di più tutte le spese pubbliche non essenziali. Penso che tanti ricercatori e scienziati -se davvero credessero nella bontà dei loro progetti di ricerca (cosa che per esperienza spesso non è vera)- dovrebbero avere il coraggio di una mentalità più imprenditoriale, mentre una mentalità post-sessantottina permea l’ambiente della ricerca in cui il “vil danaro” non deve intaccare la “purezza” della ricerca. Se Edison avesse ragionato cosi andremmo ancora in giro con le lampade a olio. Saluti e in bocca al lupo.

    • E’ molto difficile capire che cosa vuol dire precariato, magari lei, Sig. Pralinoni, l’ha già provato sulla sua pelle come lavoratore, ma per una persona che si occupa di scienza questa parola ha una valenza ancora piu’ pesante. Spesso il lavoro di un ricercatore ha degli orizzonti temporali molto lunghi, dell’ordine dei 5 o 10 anni, per cui è veramente piu’ difficile doversi confrontare con una realtà lavorativa in cui i contratti sono rinnovati ogni anno o due. La precarità inquina pesantemente l’attività scientifica. A cio’ bisogna aggiungere il fatto che uno scienziato è molto piu’ imprenditore di quello che la gente comune non pensi, perchè, sempre piu’ al giorno d’oogi, deve trovare i finanziamenti e gestirli nel migliore dei modi. Ora, si da il caso, che una persona con un contratto a tempo determinato non possa di fatto chiedere finanziamenti, per cui si toglie la possibilità ai giovani di formarsi dal punto di vista manageriale, cosi’ importante nell’attività scientifica. Vero è che questa riforma si propone sulla carta di limitare la precarietà della ricerca. D’altra parte pero’ non si è occupata di trovare delle misure per tutte quelle persone (e sono una moltitudine) che a causa di questa riforma sono state spazzate via dall’attività scientifica in un sol giorno senza avere alcuna possibilità di scelta o di dire la loro. In realtà, la loro, l’avevano detta scendendo in piazza e con altre manifestazioni pacifiche, peccato che nessuna si sia preso la briga di ascoltarli.

    • La mia replica al suo commento si limita escusivamente all’implicita lode che lei ha fatto ad Edison si ricordi che proprio tal personaggio era si ben mirato nei suoi investimenti, ma egli sapeva benissimo come rubare le invensioni altrui per gonfiare le porprie ricerche, tra l’altro non banali ma ben lontane dal mito che di esso si è fatto.
      Lui certamente non perdeva tempo in ricerche analitiche e sperimentali di poca rilevanza se direttamente non utili, perchè non ne considerava affatto l’alto potere istruttivo per farne delle altre: si limitava infatti ad aquisir brevetti e pagar altri per farlo al posto suo.
      Purtroppo in fatto di ricerca è difficile parlar di opere inutili omneo, perchè anche dalla più astratta si ricavano strumenti utili allasoluzione di problemi sollevate da altre più pratiche.
      Saluti.

  2. Mi dispiace, ma è l’esatto contrario di quanto affermi: l’utilità sociale della ricerca è dimostrata da quanto investono, proprio nei momenti di crisi, tutti i paesi, anche e soprattutto quelli in via di sviluppo. Ci sono tonnellate di dati che dimostrano il ritorno dell’investimento in ricerca, anche quelle apparentemente più lontane dal mondo produttivo.
    Se Edison avesse ragionato in termini categorie come sessattontino/lavoroproducopretendo, allora sì, saremmo ancora alle lampade ad olio.

  3. Non ho detto che non si deve investire in ricerca. Ho detto che le nazioni occidentali (quindi i paesi in via di sviluppo cosa c’entrano?) hanno e avranno inevitabilmente meno soldi per farlo per via del debito pubbilco: nel 1970 Il rapporto debito pubblico/PIL era in media del 40% per i paesi sviluppati. Adesso è intorno al 115%. Significa che per ogni soldo generato da queste economie c’è un soldo e 15 cent da dare a qualcun altro! Fonte: IMF world outlook 2010, pag..37) http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2010/02/index.htm
    Credi che questo sia sostenibile, o che basti tagliare gli sprechi della “Casta” per invertire rotta? E’ troppo tardi.
    Per i paesi in via di sviluppo il rapporto debito/PIL era intorno al 50% 15 anni fa ed è SCESO al 30% (stessa fonte). Grazie che possono investire in ricerca!
    Sarebbe bello che non ci fossimo trovati in questa situazione, ma forse è ora di svegliarsi e rimboccarsi le maniche, perche di soldi pubblici ce ne saranno sempre meno per qualsiasi cosa -purtroppo. Saprà il mondo della ricerca adattarsi alle mutate condizioni, (trovando nuovi canali di finanziamento, concentrando le risorse su meno linee ma ad alto ritorno sociale/economico, etc.)? Sta a ognuno di voi che ne fate parte decidere se investire il proprio tempo e le proprie risorse intellettuali in questa sfida o se ostinarsi con il “business as usual” e le fondate -ma ahimé sterili, dacché la matematica non perdona- recriminazioni.

    • Il rapporto debito/PIL può migliorare diminuendo il debito (e si può fare, ed è quanto meno opinabile che si debba iniziare a tagliare dalla ricerca come NON fa la Germania, e NON fanno gli USA) oppure aumentando il PIL, ed è innegabile che la crescita -nel mondo globalizzato- è legata o a bassi costi di produzione o al contenuto innovativo e tecnologico di quello che si produce.
      Il ritorno sociale ed economico della ricerca di base, che evidentemente è quella che taglieresti, è solo di più lungo termine ma, la storia lo insegna, è anche l’investimento che paga di più.
      Praticamente nessuna grande innovazione scientifico-tecnologica era stata preventivata, e -secondo il tuo ragionamento- sarebbe stata degna di essere finanziata.

  4. Scusa, dimenticavo questa citazione sul lavoroproducopretendo (bella definizione):
    “Anything that won’t sell, I don’t want to invent. Its sale is proof of utility, and utility is success.”
    Thomas A. Edison
    😉

    • Grandissimo tecnologo e inventore Edison… ma cosa avrebbe combinato di buono se prima di lui non ci fossero state le ricerche “inutili” di Volta, Galvani, Ohm, Coulomb, e quelle parzialmente utili di Faraday?
      L’innovazione è un processo, è una costruzione, che senza fondamenta (la ricerca “pura”), non sta in piedi.

      • Finalmente … tra le tante cose piu’ o meno utili alla discussione di cui sopra, questo commento e’ il piu’ illuminante, una cosa che dimenticano tutti: il brevetto lo prende uno solo, ma il suo lavoro e’ il risultato di una moltitudine di persone e lavori precedenti, meno direttamente pratici, che il brevetto non premia, e che quindi con la mentalita’ lavoroproducopretendo sono considerate improduttive.

  5. Scusate, ma proprio non riesco a capire il commento di Antonio. Il progetto su cui sono stata assunta e che mi avrebbe riassunta ha un finanziamento privato, da banche, quindi la sua validità è stata pienamente riconosciuta. Il CNR non tira fuori un becco di un quattrino, per essere ancora più chiara, per il mio assegno. Putroppo in questo sistema bacato i ricercatori che si procurano i finanziamenti devono poi passare attraverso l’ente che può imporre come il ricercatore debba spendere quei soldi. Anche facendo mancare personale.

    • Antonio era partito dal tuo caso per aprire una discussione sui massimi sistemi…

      Mi pare che il tuo caso dimostri però il contrario di quello che voleva sostenere Antonio.

      Oltre a dimostrare – purtroppo – l’assurdità della situazione.

  6. Antonio dimostra solo di non sapere nulla di come funziona la ricerca. I precari sono pagati praticamente tutti su fondi di ricerca, molti dei quali UE o privati. Sono _entrate_ per gli enti e per lo stato, non sono _uscuite_. La legge Gelmini taglia fuori i TD, anche quando questi sono in grado di procurarsi i fondi su cui lavorare. Alla faccia della destra, e’ la legge piu’ statalista e stalinista che sia mai stata emessa: se non sei TI statale, non puoi fare ricerca, neppure se ti trovi da solo dei fondi privati. E questo, con il pieno appoggio di molte associazioni di precari, che vedono queste cose come l’abolizione del precariato!

  7. Tanto per dire, a proposito dei precari “lasciati fuori”, guarda qui uno di una associazione di precari cosa dice:

    “Combattere il Precarjato non è un Pranzo di Gala, comunque vedo che finalmente si vuole porre un limite al precarjato a vita e (si spera) anche al lavoro gratis. Se la decisione e’ stata presa, e’ stata presa. Basta pianti greci per far resistere il Passato.”

    Finche’ ci saranno queste idee, ci meritiamo Gelmini, Berlusconi, Hitler e Bondi.

  8. Da tutte le risposte, e scremando i toni stizziti di alcune, quello che ancora non capisco e’ perche’ vi ostiniate a pensare che la ricerca possa essere solo inquadrata e gestita dentro a strutture statali, quando la storia e l’economia dicono il contrario. E’ come continuare a chiedere soldi a un debitore fallito: e’ inutile. Perche’ secondo voi le banche e le industrie che finanziano questi “assegni” non si accollano direttamente la gestione dei progetti e sono ben contenti di passare attraverso enti farraginosi come il CNR? Perche’ non vogliono dover gestire il rischio (alto) di insuccessi e per scaricare dalle tasse le briciole che vi danno per il vostro lavoro. Di fatto vi usano per fare bella figura con poco (pochissimo). Se veramente credessero nell’utilita’ di questi progetti vi assicuro che se li terrebbero ben stretti, come gia’ accade in certi specifici settori (vedi ricerca farmaceutica).

    Anche aspettarsi il sostegno del “popolo” la dice lunga sulla distanza di certi dalla realta’. La gente scende in piazza se non c’e’ il pane (vedi Tunisia), non per il bosone di Higgs. Questo e’ sempre stato e sempre sara cosi.

    • E’ inutile discutere di ciò che fa la gente in caso di necessità o meno, o limitarsi a credere all’utilità o meno di un progetto/invenzione/operato di un ricercatore in base alla reazione immediata di un popolo, perchè la quasi totalità della popolazione è ben lontana dai livelli di comprensione richiesti per capire l’importanza della ricerca scientifica; anzi, potrei dire che perfino tra ricercatori di campi differnti non vi è sufficiente affinità di preparazione da comprendere appieno le peculiarità del lavoro altrui, e le sempre presenti conseguenze positive che possono derivarne.
      Le stesse persone che si battono solo per il pane ma non per la ricerca si sono ben coalizzate per il blocco delle nformazioni e la chiusura dei siti internet per la diffusione delle informazioni; senza la ricerca di tecniche di informatiche ed elettroniche di alto livello, tale tecnologia non sarebbe stata possibile. Esempi simili a questo possono essere dedicati a 1000 altri campi scientifici che sebbene subito non diano retribuzione di qualsiasi sorta, avrebbero reso la nostra vita pari a quella medievale se non fossero stati sviluppati.
      Le banche certamente non investono nella ricerca, la stessa che gli ha dato il calcolatore eletttronico senza il quale praticamente li renderebbe privi quasi totalmente delle loro potenzialità e del loro potere eceonomico. Non investono nemmeneo nella ricerca medicao/farmaceutica, sebbene questo serva a molti di loro per sopravvivere. Ecco perchè bisognerebbe finanziare continamente sopratutto tali ricerche, invece di fornir elemosine con eventi tipo Teleton per lavori come questo che richiedono anni di sviluppo, e non certo qualche mese.
      E quella del compratore di invenzioni altrui a lavoro già fatto (leggasi Edison) è un paragone mal fatto; il tale in questione era come chi dice che “studiar non serve a anulla”, e compra poi in negozio gli strumenti che necessita pensando che ci sia un albero da frutto a produrli.

  9. Pingback: Lettera di una assegnista CNR « Il Malpaese

  10. Magari qualcuno si stizzisce perche’ non esci dal tuo schema mentale.

    Io vedo la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica come un processo continuo che pero’ attraversa varie fasi: dalla conoscenza dei principi basilari, la ricerca pura (il bosone di Higgs se vuoi), al brevetto dell’applicazione tecnologico-pratica. Per me e` abbastanza ovvio che la ricerca piu` di base debba essere finanziata dal pubblico, proprio perche’ non ha un’utilita` immediata, e che il contributo privato aumenti progressivamente man mano che si va verso l’applicazione.
    D’altro canto non si puo` partire dalla ricerca “utile”, anche qui penso che l’intera storia della scienza, e forse della conoscenza umana, dimostra che si parte – il piu` delle volte – senza sapere dove si arrivera`, anche perche’ solo cosi` nasce la vera innovazione.

    E` anche vero che se non intendi mettere in discussione la tua assunzione di partenza: ente pubblico=carrozzone inutile e pletorico che si occupa di sessare le formiche, non mi pare che questo dibattito possa andare molto lontano.

    A bientot

  11. ok, deve essere come dici: non riesco proprio a uscire dal mio schema mentale.

    Continuo a trovare assurdo che persone dotate di risorse intellettuali e di capacità sopra la media si affannino a rianimare un malato terminale, senza comprendere che il problema di fondo non è questo o quel governo, questa o quella legge, questo o quel cavillo burocraticom ma la situazione attuale in tutti (a parte pochi virtuosi) paesi occidentali, e che l’unica speranza per la ricerca stia nel sapersi “vendere”. Perchè è triste dirlo, ma per la ricerca servono i soldi e qualcuno ce li deve pur mettere. Se io fossi un ricercatore e avessi DAVVERO a cuore la mia ricerca -piu’ che l’idea del “posto fisso”- non starei in piazza a protestare o a lamentarmi coi colleghi, ma farei carte false per trovare qualcuno -chiunque- disposto a finanziarmi. Nota: non a finanziare “la ricerca”, per volemose bene. A finanziare la MIA idea. Si chiama mercato, e funziona come la giungla. La mia sensazione è che coloro che hanno capito questa lezione nel mondo della ricerca hanno salpato le ancore (in senso metaforico e reale) da tempo, e i “left behind” spariranno per selezione naturale senza colpo ferire.
    “Not with a bang but a whimper”.
    Buone cose

    • Quindi i governi di tutta Europa che vogliono portare l’investimento (investimento, così lo chiamano, non sperpero) in Ricerca e Sviluppo, al 3% del PIL, entro il 2020, sono tutti deficienti. OK, grazie per la lezione, Antonio. Datti un’occhiata a cosa investono (investono…) paesi come Cina, India, Corea.

  12. Questo accade quando si scambia la ricerca scientifica come un sostituto del posto alle poste o di una supplenza alla scuole medie e soprattutto quando gli assegni di ricerca vengono usati per “retribuire” gli schiavetti dei baroni che infestano le nostre Università. Diggiamolo..

    • Certo, come no.
      E comunque diciamo anche che non ci sono più le mezze stagioni, i giovani sono tutti maleducati, e certe cose fanno male al gioco del calcio…
      Ma che vuol dire il posto alle Poste? Ma tu hai lavorato in una scuola?
      Al MIUR sono censiti 16mila assegni di ricerca: te la senti davvero di metterli tutti in un mazzo?

  13. e comunque dal comunicato FLC leggo:

    “Assegni di Ricerca
    Relativamente alla nuova normativa per l’attivazione degli assegni di ricerca, il DG conferma che, nel transitorio, è mantenuta valida la possibilità di proroga per gli assegni, anche se scaduti qualora ciò fosse previsto nelle norme contrattuali o anche nel relativo bando di concorso. La Amministrazione sta predisponendo il nuovo disciplinare in materia al fine di regolare l’attivazione da qui in poi degli assegni di ricerca.”

  14. Ancora con Cina e India! E’ cosi siamo tornati al punto di partenza (leggiti la mia prima risposta) e’ il loop e’ completo. Forse ho troppa stima nell’intelligenza dei fisici. ciao

  15. Anche io dopo una laurea, un anno di ricerca all’estero e un dottorato.. sono a casa!! vivo da sola e devo pagare le spese della macchina! Ho 30 anni

  16. a me sembra che si sia proprio perso il nocciolo della questione. Antonio, la dialettica sui massimi sistemi, per piacere, tienila da parte e valla a sciorinare in qualche altro contesto, grazie…perchè ci irrita!

    Io sono un collega di Silvia, e quello che cerchiamo di dire è questo: se la ricerca in Italia venisse riconosciuta come un lavoro, come avviene invece all’estero (non serve andar lontano, basta passare il Frejus ad esempio), allora noi giovani ricercatori non ci ritroveremmo in certe situazioni che sono semplicemente vergognose e calpestano ogni diritto, umano e di lavoratore!.

    Il posto alle poste? ma come ti permetti cattivo? noi lavoriamo anche 10 ore al giorno nei laboratori, con dedizione ed entusiasmo, facciamo le ore piccole se c’è da scrivere un articolo o un report urgente, e a volte lavoriamo anche nei weekend!

    Informatevi bene prima di dar fiato alla bocca, o in questo caso di dar moto alle dita su di una tastiera!

  17. Io sono piuttosto stizzito nei confronti di Antonio, e ne ho ben ragione. Guardate ad esempio questa uscita:

    ” Da tutte le risposte, e scremando i toni stizziti di alcune, quello che ancora non capisco e’ perche’ vi ostiniate a pensare che la ricerca possa essere solo inquadrata e gestita dentro a strutture statali, quando la storia e l’economia dicono il contrario.”

    A me piacerebbe un casino fare il ricercatore come libero professionista, ma sono proprio le leggi, e soprattutto la legge Gelmini che me lo vieta. Allora, Antonio, se non sai le cose per favore stai zitto. Leggiti il comma 5 art. 18 legge 240/2010. Io lo odio. Dice chi puo’ fare ricerca: solo ed esclusivamente figure statali!!!!

    Allora, vediamo se posso fare il ricercatore fuori dall’universita’. La risposta e’ no. Perche’ i bandi per la ricerca (stato, UE, regioni, fondazioni) hanno regole molto piu’ larghe per le universita’ che per i privati; esempio concreto: il cofinanziamento necessario spesso per i bandi UE e’, per le universita’, minore che l’overhead; mentre e’ sempre maggiore per i privati. Allora, bellissime le ideone di Antonio, ma peccato che se sono un privato, le regole fanno si’ che io non riesca a reggere la concorrenza sleale degli enti statali, che finiscono per sopraffarmi!

    Per favore Antonio e vari amichetti, cercate di credermi, non e’ facile come la vostra superficialita’ vi porta a credere, e’ solo che non vi ci siete mai impegnati e non sapete di cosa parlate.

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