Piano tagli

di Tonia Mastrobuoni

Italiani europei. Giulio Tremonti è volato a Bruxelles per l’Eurogruppo accompagnato dalla scomunica di Ferrara e dai nuovi dati di Bankitalia sul debito pubblico: + 4,3 negli ultimi 12 mesi. Presto l’Europa potrebbe imporci misure pesantissime per abbatterlo. E Draghi rischia di perdere la presidenza Bce.

Giulio Tremonti è volato ieri a Bruxelles con un brutto biglietto da visita: 1.843 miliardi di debito pubblico accumulati nel 2010. Più 4,3% in dodici mesi, secondo i dati di Banca d’Italia. Il ministro dell’Economia ha affrontato nel pomeriggio un importante Eurogruppo, cui seguirà oggi l’Ecofin, solo come mai dinanzi ai problemi che stanno per abbattersi sull’Italia.

Sul fronte interno, il motivo è quello che ha ricordato ieri Mario Pirani su Repubblica. Mentre all’ultimo vertice europeo i capi di Stato e di governo parlavano della crisi egiziana, del “patto sulla competitività” versione Merkel-Sarkozy e della crisi dell’euro, Berlusconi ha preso la parola solo per segnalare che la democrazia italiana è minacciata dalle procure. Il presidente del Consiglio finge di non capire che in queste settimane si stanno giocando alcune partite essenziali non solo per l’Europa ma soprattutto per l’Italia. Oltretutto, alla partita sulle nuove regole europee se n’è aggiunta un’altra, altrettanto fondamentale: quella sulla prossima presidenza della Bce dopo la clamorosa rinuncia di Axel Weber che in teoria, ma solo in teoria, potrebbe aumentare le chance di Mario Draghi.
Altrettanto lunare, però, deve sembrare al ministro dell’Economia l’attuale iperattivismo di Giuliano Ferrara sul fronte della crescita e la decisione del presidente del Consiglio di far approvare un elenco futuribile e vuoto di desiderata per rilanciare il Pil. Senza dubbio idee brillanti, quelle di Ferrara, che imputa a Tremonti di non essersi impegnato abbastanza per tradurle concretamente. Ma è difficile rimproverare prudenza al ministro vista la gigantesca spada di Damocle che potrebbe abbattersi da un momento sul paese.
Dai Consigli europei di marzo potrebbe infatti scaturire un’intesa continentale sulle nuove regole per il debito che rischia di tagliare le gambe al paese e di cucire la bocca a chi tira Tremonti per la giacchetta. La prospettiva è l’obbligo di un colpo di accetta al debito attorno del 5 per cento all’anno che si tradurrebbe in manovre da brivido, 45 miliardi di euro ogni dodici mesi. Incompatibili con qualsiasi taglio delle tasse.
Certo, per il momento la discussione in sede europea è molto accesa sui nuovi parametri del Patto di stabilità. Ma oltre ad avere un presidente del Consiglio e un governo con la testa altrove, Tremonti si ritrova accanto un alleato, sul fronte dei contrari a riduzioni draconiane del debito dall’attuale 120 al 60 per cento, che non è proprio un peso massimo: la Grecia. Sono più numerosi invece i contrari all’ipotesi di una applicazione automatica delle sanzioni: in questo caso un sollievo, per noi.
Poi ci sono i dossier apertissimi sui quali Francia e Germania stanno giocando delle partite di scambio palesi perché sono le uniche e indiscusse punte politiche di un’Europa orfana di leader. il confronto è sulla possibilità di una convergenza maggiore tra le politiche economiche su alcuni ambiti precisi. Ma anche l’ampliamento del fondo salvastati in cambio della possibilità di immaginare fallimenti pilotati per i paesi in difficoltà. L’Italia, pur essendo la terza economia dell’area euro risulta non pervenuta. E della condivisibile proposta Tremonti-Juncker sull’eurobond, cioè su una condivisione europea di una quota di debito fino al 40 per cento, non si ha più traccia da mesi.
Ad appesantire il quadro ci si è messa anche la delicata partita sulla successione di Jean-Claude Trichet. Il fatto che Axel Weber si sia ritirato dalla gara non fa che rendere più evidente la fragilità italiana e la sua irrilevanza, ormai, in Europa. L’unico altro candidato credibile, come continuavano a sottolineare ieri non solo il Financial Times britannico, ma anche quello tedesco (titolo dell’editoriale: “Draghi for president”) resta il governatore della Banca d’Italia. Se l’Italia non fosse così debole, pochi avrebbero dubbi all’indomani del “gran rifiuto” di Weber, sul fatto che è l’unica alternativa credibile al presidente della Bundesbank.
Wolfgang Munchau ha acutamente osservato ieri sul Ft che la Merkel dovrebbe avere l’astuzia di fare di Draghi il suo candidato, per renderlo più tedesco dei tedeschi. E oggi in una lunga intervista sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung il governatore fornisce una risposta indiretta a questa sollecitazione. Non a a caso uscita non su un tabloid popolare come la Bild, né su un giornale iper specialistico come il finanziario Handelsblatt, bensì sul principale quotidiano dell’elettorato cristianodemocratico, il più ortodosso e il più diffidente, probabilmente, verso un candidato italiano alla Bce.
A questi lettori Draghi dice che «dobbiamo tutti seguire il modello Germania», che ha «migliorato la sua competitività attuando le riforme strutturali». Ma ci sono anche dei passaggi fondamentali sui tassi di interesse, in cui il governatore della Banca d’Italia si mostra sensibile all’ansia di inflazione tipicamente tedesca (osserva ad esempio che ad alcuni paesi afflitti da bassa crescita non sono serviti i tassi di interesse ai minimi e che dunque i loro problemi «non sono da ricercare nella politica monetaria ma altrove»). Infine, anche sul moral hazard Draghi viene incontro ai timori tipicamente tedeschi rispondendo affermativamente alla proposta della Merkel di prevedere che ai paesi in difficoltà sia consentito in futuro un default ordinato. Un’ottima intervista, ma poi a Draghi serve soprattutto un appoggio convinto e “pesante” del governo italano. E dopo la rinuncia di Weber, le uniche parole a favore del governatore sono arrivate da Tremonti. Berlusconi? Anche qui, non pervenuto.

Fonte: Il Riformista

 

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