Giorgio Napolitano, Galileo Galilei, Antonio Ruberti e il valore della scienza

Giorgio Napolitano con Rita Levi Montalcini

“Non è retorico dire che cosa si può tagliare e che cosa non si può tagliare. Ci sono voci di spesa che non possono essere sacrificate in modo schematico e alla leggera perché sono in un certo senso dei finanziamenti dati ai nostri giovani, alla scienza e al nostro futuro. Non so se sia più miope trascurare il valore in sé della scienza o sottovalutare le ricadute che le scoperte scientifiche hanno sulla nostra vita sociale. Vorrei che non fosse necessario per ottenere dei finanziamenti garantire che ci sono queste ricadute. Non so se Galileo Galilei era in grado di garantire le ricadute delle sue ricerche. Dobbiamo pensare che è in gioco il ruolo dell’Italia nel mondo in una fase in cui rischia di declinare anche il ruolo mondiale dell’Europa di fronte all’avanzata nel campo della ricerca di Paesi, come quelli asiatici, da secoli ai margini dello sviluppo. Se l’Europa non vuole essere condannata a giocare un ruolo minore, il nostro patrimonio scientifico va accresciuto e questo dipende da noi”

Ci voleva il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (durante la sua visita al CERN), per ricordare – forse – agli italiani (sicuramente, ai membri del Governo), il valore della ricerca scientifica, anche quando le ricadute utilitaristiche, siano esse tecnologiche o economiche, non sono immediatamente evidenti.

Ci voleva un uomo in politica da 60 anni e oltre, dalla solida cultura umanistica, appassionato di letteratura e teatro, a rilanciare il tema del valore della scienza. Certo, il nostro presidente ha una personalità straordinaria ed è – da sempre – attento ai temi della ricerca, della scuola, della conoscenza in generale. Tuttavia impressiona la bruciante attualità e la necessità, anzi l’urgenza, di un richiamo tanto autorevole, quando destinato a infrangersi su una generalizzata indifferenza.

Il problema non è solo la crisi economica globale: certo, il forte indebitamento obbliga certamente al rigore finanziario, ma è anche vero che la crisi, in tanti paesi del mondo, anche tra quelli “emergenti”, è invece stata lo stimolo se non ad aumentare almeno a preservare gli investimenti in ricerca. Piuttosto occorre osservare come negli ultimi anni sia diminuita la percezione – nella società occidentale – dell’utilità della ricerca scientifica pura, di base, ovvero apparentemente svincolata da un’applicazione pratica, almeno nell’immediato.

Senza scomodare la celeberrima, gelida risposta di Faraday al Tremonti dell’Inghilterra del XIX secolo (William Gladstone), o la discutibile teoria del negativo influsso Crociano sulla cultura scientifica italiana, questo non è certo un tema nuovo. Resta – però – almeno il tentativo di capire perché nel nostro Paese sia tanto difficile veicolare l’importanza non solo di una ricerca all’avanguardia, anche allo scopo di essere driver di innovazione e crescita economica, ma più in generale della cultura scientifica.

Personalmente trovo illuminante il pensiero, durissimo ancorché attuale, sebbene espresso quasi trenta anni fa, del più grande ministro italiano della Ricerca, una delle personalità più visionarie, colui che ha portato il “management della scienza” ai massimi livelli in Italia e ha contribuito a concepire lo “spazio europeo della ricerca”, Antonio Ruberti. Secondo Ruberti, in Italia  la scienza non è considerata dalla popolazione una forma della cultura e la classe politica riflette in sé questo atteggiamento di base che si chiama analfabetismo scientifico di massa. Non c’è quindi da stupirsi se in modo trasversale i politici a parole sono favorevoli alla ricerca ma poi i fatti riflettono il contrario.

 

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