Valutare la ricerca: chi, come e perché

di Franco Maloberti

24 Aprile 2011

Oggi il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, presenterà il nuovo Programma Nazionale della Ricerca 2011-2013. Spazio, fisica delle particelle, nanotecnologie, mare sono le carte sulle quali la ricerca italiana ha deciso di puntare stanziando 1.772 milioni in tre anni a 14 ”progetti bandiera”. Proposto dal ministro e approvato il 23 marzo scorso dal Cipe, il programma si propone come un cambiamento e intende allineare l’Italia alla vision strategica di Europa 2020, indicando e descrivendo le azioni innovative volte a sostenere e accompagnare la transizione del sistema Paese verso l’economia della conoscenza. In un contesto in cui il tema cavalca l’attualità in maniera così forte, diventa necessario fare una riflessione sul metodo di valutazione della ricerca: quali sono le sue finalità? In che modo farla? Chi delegare per analizzarla?… (continua a leggere su L’Occidentale)

Un pensiero su “Valutare la ricerca: chi, come e perché

  1. Ciao,
    sono un’assegnista infn e mi ha molto colpito la trattazione che è stata fatta sulla validità dell’impact factor come parametro di valutazione della ricerca. Per esperienza mi è capitato di scontrarmi più volte con le politiche contorte della decisione dei nomi sugli articoli e delle accettazioni da parte di riviste prestigiose di lavori di poveri singoli sconosciuti. Ed anche di come queste politiche cambino da settore a settore scientifico. Alla fine personalmente ho tratto la conclusione che l’impact factor non sia del tutto invalido come parametro di valutazione, in quanto l’iter di approvazione di un articolo su una rivista scientifica considerata prestigiosa è di solito abbastanza articolato e coinvolge anche dei referenti del tutto liberi da interessi personali ed appartenenti alle più diversificate regioni del pianeta. Per poi non parlare del fatto che, soprattutto per meriti, esistono dei gruppi di ricerca che pubblicano bene, e che un giovane ricercatore che cerca di entrare in questi gruppi, non ha poi automaticamente in regalo la presenza del suo nome nell’articolo, ma deve aver dimostrato di aver dato prima un suo contributo scientificamente rilevante (non un qualsiasi contributo).
    Bocciare del tutto la validità dell’impact factor vuol dire anche vanificare molto degli autentici sforzi di giovani ricercatori che hanno cercato di fare al meglio il loro lavoro, ma anche di farne in qualche modo pubblicità per poter confrontarsi apertamente con la comunità scientifica internazionale, magari anche fuggendo da delle logiche baronali che poi spesso hanno prevalso sulla valutazione o meno delle carriere scientifiche italiane. Sinceramente non credo che vada sempre buttato tutto quello che è stato fatto e pensato, perchè poi da altri è stato usato male. Soprattutto perchè spesso accade che persone con posizioni già consolidate prendono tutte le critiche del cattivo uso, ma poi alla fine ad essere penalizzati gravemente sono i giovani che semplicemente hanno cercato di lavorare al meglio pur cercando di adattarsi umilmente, ma sempre con dignità, agli usi e costumi degli ambienti in cui sono capitati, per scelta o per destino.
    Affinchè alla fine prevalga su tutto sempre il buon senso, piuttosto che ripudiare l’impact factor (che forse veramente e’ l’unico parametro che, almeno al momento, nella sua imperfezione, assomiglia di più ad un criterio oggettivo internazionale e quindi scientifico), potrebbe essere usato cercando di contestualizzarlo al settore scientifico ed associandolo ad altri fattori che determinano la validità del contributo personale delle persone coinvolte nell’articolo. Ad esempio l’impact factor potrebbe essere usato per supportare altri criteri di valutazione, come la quantità di nomi presenti nell’articolo ed in secondo luogo in quali posizioni sono messi i nomi. Qualcuno mi ha insegnato che un buon uso delle pubblicazioni potrebbe essere quello di mettere nelle prime posizioni quelli che hanno contribuito maggiormente e nelle ultime le persone più esperte e qualificate che hanno supervisionato il lavoro. Certo più di ogni altra cosa va capito il contributo personale e l’originalità dell’articolo, poi se supportato dall’impact factor tanto meglio. Più l’articolo è stato revisionato, più forse vuol dire che ha maggiore prestigio scientifico. E come si fa con gli articoli con molti nomi? Ma soprattutto … il giovane ricercatore italiano, giusto e lungimirante, cosa avrebbe dovuto fare per far emergere il proprio contributo personale nei settori dove si usa questa pratica? Proporsi per presentazioni a conferenze con proceedings che presuppongono referee? Dedicarsi nel tempo libero a pubblicazioni meno impegnative su riviste minori? Lasciarsi trascinare dalla corrente? Farsi guidare dai propri superiori che hanno più esperienza, conoscono le pratiche legate alle pubblicazioni e che per primi vogliono dimostrare internazionalmente il loro prestigio? Restare in Italia?

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