Chi resta e chi parte: lettera di una precaria che scappa dall’Università italiana

Questa lettera è stata inviata alle mailing list dei precari. Mi sembra valga la pena di pubblicarla perché tutti la leggano, e riflettano sulla condizione dei precari.


Giovane, testarda, idealista eppur vola oltremanica. Ricercatrice precaria nell’Universita’ italiana, scappa prima di raggiungere i 30 anni.

Da un lato si chiede se quella che sembra una fuga da un sogno precario non sia altro che una migrazione dovuta a cause di forza maggiore… (le serve) convincersi che la sua e’ stata una scelta si’, ma una scelta fatta per necessita’. Dall’altro lato, si chiede se quella che sembra una motivante esperienza di lavoro, ottenuta solo con le proprie forze e che la fara’ crescere, mai servira’ a contribuire al suo “ritorno-di-cervello”. Chi non rimane a scaldare il posto non avrà speranza.

E ripercorre senza sosta ormai, da settimane a questa parte, gli ultimi quattro anni di lotte.

Quante volte ha assistito, e ha contribuito, alle analisi sull’origine dei peggiori mali dell’Universita’ italiana? Scorrono tutti, insieme, uno dopo l’altro: 10 anni di riforme mancate; 10 anni di tagli indiscriminati; quella prima riforma Ruberti sull’autonomia universitaria (intesa come economico-gestionale, che ha aperto le porte ai privati e dato il pretesto al MIUR per stringere la cinghia); i baroni; la troppa autonomia lasciata ai baroni nel reclutare i precari e gestire il proprio feudo; i sindacati che si sono accorti tardi di cio’ che accadeva nelle Universita’; l’istituzionalizzazione del precariato nel primo accesso all’Universita’ (con la riforma Moratti ma soprattutto l’ultima Gelmini); l’apertura dei cancelli universitari alla privatizzazione.

Dibatte, si dimena, si interroga su quali siano stati i punti di forza di quel movimento che ha contributo a costruire e l’ha accompagnata in quella che fin dall’inizio poteva sembrare un’utopia precaria. Si vive a pieno le (sue) ultime assemblee e trattative di Ateneo nelle giornate primaverili di maggio. Si è intrattenuta così tante volte in accese discussioni nelle aule di Palazzo Nuovo dell’Universita’ di Torino, nella saletta sindacale del Politecnico a Torino, nell’aula 15 del Poli o a Fisica occupate dagli studenti, nelle aule a Sapienza, nelle sale riunioni FLC CGIL…. in una casa in montagna tra le alture toscane a scervellarsi su come vincerla questa “rivoluzione precaria”. Sa che non ha senso chiedersi se ne fosse valsa la pena nonostante lo sfinimento e i pochissimi risultati finora ottenuti. Non ha senso chiederselo perche’ il suo piu’ saggio compagno le avrebbe sempre risposto che “e’ stata l’unica scelta da fare”. Sa che quelle battaglie che sono state perse, sono pero’ state combattute con ogni forza. Sa che, da solo, nessuno di noi ce l’avrebbe fatta.

Si interroga sul come mai quella primavera di lotte tanto cercata e ostentata da molti, lei compresa, negli scorsi mesi non sia esplosa come sperato. Si arrabbia quando, anche alcuni tra i compagni piu’ cari, le rispondono che tocchera’ aspettare il prossimo autunno. Invece lei va’ in giro a ripetere ai compagni, forse credendosi indovina nella folla con la pretesa di non essere scambiata per matta: “se e quando noi precari, a spese di un nostro equilibrio emotivo, faremo i conti, prima o poi, con tutte le battaglie perse dalla nostra generazione”? Questo soprattutto perche’ la precarieta’ ormai e’ divenuta “dirompente” in tutto il mondo del lavoro, e nella sfera personale, da non poter piu’ rimandare una presa di coscienza collettiva e di azione immediata. Rimane convinta che l’origine dei mali precari sia stata in particolare la Legge 30, e tutti coloro che non solo non l’hanno ostacolata, ma ancora oggi non ne riconoscono gli effetti devastanti.

Si rende conto inoltre che nonostante le tante battaglie perse, lascia ancor piu’ un segno indelebile il progetto senza precedenti che si sta costruendo: riunire tutti i precari negli atenei, per rivendicare e trattare sui propri diritti, fuori da ogni logica baronale. Ognuno, si’, con la propria identita’ e necessita’, ma accomunati dall’assenza piu’ totale dei diritti minimi di ogni lavoratore. Credere, prima di tutto, nella militanza sindacale partita dal basso, rincorrendo la quale ha fatto le proprie battaglie con anima e corpo negli ultimi 4 anni; ma anche e soprattutto cercare di “strumentalizzare” il sindacato per far prendere coscienza dell’enorme problema precariato e rimettere al centro i lavoratori piu’ deboli.

La sfida piu’ grande sentirsi “lavoratore”, e non intellettuale chiuso nella propria torre d’avorio. Prendere coscienza dei propri meriti, a fronte di opportunita’ negate, e di quanto prestigio i precari abbiano portato negli atenei. Rincorrere la condivisione di battaglie comuni che abbiano come primo obiettivo una dignita’ che solo anni di lotte possono far riottenere. Parole d’ordine comuni che, nonostante le differenze di estrazione sociale, permettano di costruire una rete solidale di mutuo sostegno tra precari. Una rete di resistenza alla crisi, universitaria e del mondo del lavoro, che permetta a tutti quei soggetti piu’ deboli di rialzarsi e riprendere in mano il proprio progetto di vita.

Lasciano inoltre un segno indelebile le amicizie nate condividendo le difficolta’, ma soprattutto la determinazione nella lotta. Ecco perche’ si chiede quanto sara’ difficile salutare le compagne ed i compagni, le colleghe ed i colleghi, le amiche e gli amici piu’ cari con cui ha condiviso rabbia, sconforto, determinazione, ansia, passione, dubbi, soddisfazione, contrasti, gioia, sorrisi… Sa di non partire sola pero’, sa di portarsi dietro tutte e tutti… sa di non scordare nessuno. Sa che prima o poi si dara’ vita ai collettivi di precari e sindacati europei, perche’ ormai la lotta e’ senza confini ne’ esclusione di colpi.

Non vuole e non puo’ credere che la sua generazione, ma soprattutto quella dei compagni ed amici alle soglie dei quaranta, siano solo stati l’avanguardia, la prima generazione ingannata dai baroni universitari cosi’ come dai padroni delle aziende, “utili” solo ad aver mostrato gli effetti di anni di riforme sbagliate su universita’ e mondo del lavoro; la verita’ del grande inganno a spese dei lavoratori precari dell’universita’ mostrata agli studenti piu’ giovani. Mai smettera’ di credere, e di gridare, che questo e’ IL momento di risolvere il problema occupazionale dei precari, dentro e fuori le Universita’, con una soluzione collettiva dove le precarie ed i precari saranno seduti al tavolo di contrattazione. Questo è il momento di salvare l’Università pubblica in Italia, insieme agli studenti di oggi per non vedere più precari senza speranza domani.

Anche lei e’ stata una delle colonne portanti nella costruzione di ipotesi di autoriforma dell’Universita’, riforme dal basso democratiche e partecipate, proposte di altrariforma… cambiano i nomi negli anni, ma la sostanza e molti protagonisti restano. Ai precari di oggi non servono piu’ slogan nuovi, servono soluzioni a vecchi mali e serve vincere qualche battaglia vitale. Serve vincere insieme, uniti e determinati.

Sa di non essere una semplice sognatrice. Proprio ora infatti, tra una valigia e l’altra, sempre piu’ si rende conto quanto il sogno precario sia reale. E’ convinta che chi resta continuera’ a resistere fino a vincerla questa lotta per rivedicare i propri dirittti ed una societa’ piu’ democratica e con uno stato sociale degno di questo nome. Chi resta non lo fara’ da solo. Lo fara’ (anche) con l’aiuto di chi e’ partito, perche’ in fondo sono tutte e tutti parte di un progetto di Universita’ e di vita costruito insieme, tappa dopo tappa. Si’… chi resta, si’… si’ che ce la fara’!

Resista, chi resta e chi parte.

Dedicato ad Alessandro, Alice, Andrea, Annalisa, Antonella, Antonio, Barbara, Brenno, Carla, Cecilia, Chiara, Claudio, Daniele, Dario, Davide, Denisa, Elena, Elisa, Enrico, Fabio, Fabrizio, Federico, Filippo, Floriana, Francesca, Francesco, Gianluca, Giorgia, Giuliano, Guido, Jacopo, Javier, Ilaria, Leonard, Leonardo, Lorena, Loris, Luca, Luigia, Marco, Matteo, Mauro, Michele, Paola, Paolo, Pasquale, Patrizio, Rino, Roberto, Sandro, Silvia, Stefania, Stefano, Tatiana, Tiziana, Velio. In particolare dedicato a tutti coloro che mi hanno accompagnato in questi anni.

Valentina Barrera,

una delle tante precarie e precari della ricerca in lotta per un’Universita’ italiana pubblica, democratica, e viva.

Un pensiero su “Chi resta e chi parte: lettera di una precaria che scappa dall’Università italiana

  1. Dai, smettiamola con le ipocrisie.

    E’ ovvio che dopo un po’ e senza risultati, uno si stanchi di dipendere dalle lune di qualcun altro.

    Per fame, per soldi, per voglia di crescere uno si stanca di fare sempre il cagnolino del professorone.
    E’ la storia della vita: lo facevano anche gli uomini preistorici quando avevano cacciato di più di quanto l’ambiente e la tecnologia gli permettesse.

    Dai, ci si deve salvare prima di salvare gli altri, regola ben salda nella testa di chi fa qualsiasi cosa di pericoloso.

    IO, questa lettera, la vedo come un discolparsi di una colpa che non si ha.
    La logica del poverino non mi è mai piaciuta.

    A mio avviso, questa lettera ha in fondo i connotati di una lettera da una trincea, prima di fuggire. Non si possono portare via i compagni, allora li si abbandona pena la morte propria. L’unica speranza: un aiuto da fuori, una volta salvi.

    Allora mi sarebbe piaciuto che dicesse:” Io sono costretta a partire, e questa la vedo come una sconfitta personale, perchè mi allontano da tutto ciò che ho contribuito a creare. Ma lo faccio per fame, sia di stomaco che intellettuale. A voi, causa del mia fuga, vi dico che avete solo vinto la battaglia, non la guerra. A voi che lascio: salvatevi. Ora mi aspetta una vita molto migliore di quella che lascio, forse.”

    Per cosa vale la pena lottare?

    Io credo che questa lettera sia il risultato sbagliato di un ambiente che per lei era malsano.
    La cura di tutto può essere allontanarsi, ma sostanzialmente credo che l’anticorpo fondamentale sia una.
    Sì, ho scritto proprio una,
    una semplice parola di due lettere:” NO! ”
    Una parola che bisognerebbe avere il fegato di usarla prima di tutto, soprattutto prima dell’edonismo personale che ha portato i giovani alla loro magra condizione.

    NO!

    P.S. I cattivi maestri ti indirizzano sulla brutta strada, ma chi dice che ha cervello e la percorre comunque, è colpevole due volte

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