Ai docenti universitari servono criteri flessibili

Il Sole 24 Oredi Eugenio Mazzarella

INTERVENTO
Dopo il peregrino esito dei test per il Tfa e il flop del concorso a dirigente scolastico, si annuncia un altro probabile fallimento per le abilitazioni a professore universitario. Nel vizio di costituzionalità eccepito dal professor Onida sui criteri per l’accesso all’abilitazione, fondamentalmente l’aver previsto ora per allora criteri privilegiati per l’accesso alla carriera universitaria, ci sono i presupposti dei binari sbagliati su cui verrà posto il futuro della ricerca italiana. I criteri, se recepiti in modo stabile, determineranno un potente effetto di conformismo della ricerca scientifica: ci si costruirà la carriera sui parametri e gli indicatori di presunto merito indicati ex ante: tutti avranno interesse a pubblicare nelle stesse riviste e collane, e ad adeguarsi agli indirizzi culturali e di ricerca che diventeranno dominanti. Più che concentrarsi sull’innovazione della ricerca, ci si concentrerà sul sistema di relazioni che serve a costruire un curriculum tipo Anvur. L’effetto depressivo per il sistema è prevedibile, e ben noto con la retromarcia a livello internazionale che si sta facendo sulla valutazione bibliometrica, o a essa assimilabile, dove è stata applicata. Ma a parte questo rilievo, i criteri Anvur realizzano effetti paradossali. Guardiamo ai settori umanistici. Dovendosi superare una soglia di produttività articolata su tre tipologie di «prodotto» (monografie, articoli e capitoli di libro, articoli su riviste «eccellenti»), ed essendo la mediana per la fascia A bassissima, mediamente 1, spesso 0, in pochi casi 2, si può dare il caso che un ordinario con un solo articolo in una rivista di fascia A possa essere commissario, e non possa esserlo un collega con 4 monografie nel decennio e 20 articoli standard. Idem per i candidati. Se si voleva evitare la presenza fra i commissari o i candidati di studiosi considerati “inattivi”, si legittima precisamente il contrario: se si appartiene a un buon sistema di relazioni accademiche basta pochissimo per essere in commissione o per presentarsi all’abilitazione. Ciò dà un colpo fortissimo alla reputazione dell’università italiana, e genera un paradosso più generale: i candidati all’abilitazione che hanno superato le mediane sono per definizione, dal punto di vista assunto dall’Anvur, già migliori, quanto meno perché più produttivi delle migliaia di ordinari di ruolo che non potranno candidarsi a commissario, non avendo raggiunto le soglie delle mediane. Allora perché dovrebbero anche essere giudicati in un concorso per diventare di fatto semplici abilitati a un ruolo che altri da decenni coprono con titoli inferiori ai loro? Andrebbero promossi nel ruolo per il quale superano la mediana ipso facto, a rigor di logica. La soluzione ci sarebbe: trasformare i criteri di accesso all’abilitazione in criteri d’indirizzo per l’autonoma valutazione delle commissioni, prendendo tempo per riflettere su un sistema di valutazione adeguato alle specificità disciplinari. C’è da augurarsi che l’attesa sentenza sul ricorso di Onida possa spingere in questa direzione.
Gruppo Camera Pd, commissione università

2 pensieri su “Ai docenti universitari servono criteri flessibili

  1. Non ho ben capito chi abbia scritto il testo ma, da ciò che scrive, sembra essere uno di quelli che o non vive nel mondo accademico italiano e quindi non lo conosce, o cosa peggiore, è uno di quelli che vive in quel mondo e cerca con argomentazioni già sentite e risentite, che sono a dir poco bizzarre e che affermano che i parametri rigidi ed oggettivi sono deleteri per la buona ricerca. Certamente sarebbe meglio valutare la qualità di uno studioso dal calore che riesce a sviluppare sulla sua poltrona, o da quanto tempo, con aspetto pensante, attende l’arrivo dell’idea che cambierà la storia della ricerca mondiale, o ancora dal numero di parenti, amici, conoscenti in grado di manipolare concorsi pubblici. Che dire, parametri oggettivi che che tutto il resto del mondo, compreso il Burundi, non ha ancora adottato e che certamente ci invidierebbero non poco.
    Per la prima volta il mondo accademico ha paura…paura vera perché la qualità di un signore che fa ricerca varrà valutata con elementi oggettivi e non facilmente interpretabili. E se la devo dire tutta sarà la prima volta che si “dovranno” considerare i curricula sperando che passino tutti quelli che non hanno protettori e che sono validi da un punto di vista scientifico.
    Almeno per “scienze dure” sono il numero di pubblicazioni e la loro qualità a determinare che valore ha uno studioso. Il problema potrebbe semmai essere quali parametri utilizzare. L’affermare affermare che il resto del mondo accademico al di fuori dell’Italia si sta smarcando dai parametri bibliometrici è una semplice bugia. Semmai c’è la ricerca di parametri che meglio descrivano la qualità di uno studioso. Se la vogliamo dire tutta i criteri ANVUR sono i meno balordi che abbia mai visto. Coniugano numero delle pubblicazioni (necessario come parametro base di produttività), numero di citazioni mediane riferite all’età accademica dello studioso ( fattore di correzione importante che indica quale impatto ha il singolo lavoro sulla comunità scientifica) e H-index contemporaneo (che misura la produttività pesandola per il rate di pubblicazioni più recenti). Sarebbero giuste le critiche se si avesse preferito al numero di citazioni l’Impact Factor che in realtà è un falso indicatore di qualità. Potrei continuare a scrivere tanto altro, ma forse è fiato sprecato. Io attendo questo momento da molto e sono certo che non avrò (finalmente) alcun rammarico se non dovessi farcela ( a patto che il tutto si svolga nel rispetto di quanto proposto)

    Giovanni Luca Gravina

  2. Devo dire che l’articolo di Mazzarella è tipico del mondo accademico italiano: visto che ogni criterio “oggettivo” è attaccabile, tanto vale andare sul soggettivo spinto e “todos caballeros”. Nessuna persona sensata definirebbe perfetto il lavoro dell’ANVUR, ma a mio modo di vedere esso ha almeno tre pregi:
    1) Per quanto riguarda i settori bibliometrici (cui appartengo) propone degli indicatori che sono esattamente quelli in voga a livello internazionale: non so in quale sede Mazzarella abbia attinto l’informazione su un “ripensamento” della validità di questi criteri né a quali sedi internazionali lui si riferisca, ma per quanto riguarda i settori scientifici l’h-index e le sue varianti, insieme alla quantità della produzione scientifica e alla qualità delle sedi di pubblicazione sono ancora i criteri base;
    2) Impone ai professori ordinari, molti dei quali si ritengono infallibili e “abilitati in eterno” a dare giudizi spesso trancianti sulla carriera di altre persone a confrontarsi con la spiacevole situazione di non essere “qualificati” per giudicare chi debba accedere al ruolo di professore (associato o ordinario) e ne ridimensiona, se non la mentalità, la magniloquenza talora arrogante con cui proclamano inesistenti eccellenze;
    3) Fornisce un quadro normativo chiaro che, a valle di ripetuti applicazioni, porterà gli indicatori della ricerca scientifica italiana a livelli inevitabilmente piu’ elevati di quelli attuali.

    Per quanto riguarda le discipline umanistiche non posso, ovviamente, esprimermi, ma per le discipline scientifiche la realtà è, a mio avviso, questa.

    Cordialmente

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