L’incontro pubblico con il Ministro Profumo sulla fuga dei talenti

Ieri sera si è svolto l’incontro con il Ministro Profumo, organizzato presso la Festa Democratica di Pisa, organizzato da L’Unità e Left, i quali mi hanno invitato – come rappresentante di una comunità di ricercatori particolarmente impegnata a livello internazionale – a parlare dei ricercatori che lasciano (per sempre) il nostro Paese.

I ringraziamenti non sono molto interessanti, ma sento davvero la necessità di esprimere la mia gratitudine a chi ha voluto dare l’opportunità di interloquire, in un contesto di dibattito pubblico, un ricercatore qualsiasi (quale io sono, sebbene tanti colleghi mi abbiano incaricato di rappresentarli nel Direttivo INFN), direttamente con il Ministro, su un tema fondamentale per il futuro dell’Italia, come la capacità di trattenere i propri migliori talenti.

Il tono della serata è stato ben colto dal giornalista de L’Unità che riporta la notizia sul sito del giornale:

«Non siamo così lontani dalla Grecia, purtroppo la situazione è molto grave», lo ripete più volte questo concetto il ministro Profumo. Lo ripete ai ricercatori e agli insegnanti che siedono di fronte a lui durante il dibattito «Il sapere in fuga, come fermarlo», secondo appuntamento di Unitalia, l’iniziativa lanciata da l’Unità e Left per affrontare i temi caldi con ospiti autorevoli, durante le Feste Democratiche in giro per l’Italia.

e ancora:

I nodi, quando si parla di Scuola, sono tanti…

Dunque, l’attualità, con la partenza del concorso per circa 12 mila insegnanti, canale parallelo alle storiche graduatorie permanenti, ha fatto irruzione nella serata, anche materialmente, dal momento che alcuni insegnanti precari hanno rumorosamente reclamato l’attenzione del Ministro su questo tema.

Le risposte del Ministro, al di là delle valutazioni di merito che ci porterebbero molto lontano, ruotavano su due assi principali: le risorse a disposizione del MIUR, come tutti gli altri capitoli di spesa pubblica, sono estremamente limitate in questo tempo di “crisi”, e questo Governo si trova ad agire in un tempo ben definito e ristretto che non consente di poter affrontare riforme sostanziali.

Questi due punti fermi sono stati i medesimi nella discussione, che si è riusciti a imbastire nel tempo residuo, sul perché tanti giovani lasciano il mondo della Ricerca e dell’Università per cercare miglior fortuna fuori dall’Italia. Le domande, rivolte alternativamente a me e al Ministro dal direttore di Left, Giommario Monti e dal direttore de L’Unità, Claudio Sardo, hanno necessariamente affrontato il tema da un punto di vista abbastanza generale, anche a beneficio del pubblico, numeroso ed attento, presente alla Festa Democratica, ma anche in visione via diretta streaming. Questo taglio “generalista” non ha impedito però di affrontare anche i problemi tecnici legati al reclutamento nell’Università e negli Enti di Ricerca, o le questioni legate all’efficienza e al costo – sia per lo Stato che per le famiglie attraverso le tasse – del sistema universitario, da una parte, e al recupero di competitività in termini di innovazione e nel campo tecnologico del sistema Ricerca, dall’altra.

Al di là delle statistiche, che pure il direttore Sardo sciorina, sottolineando i numeri più preoccupanti (come l’alta percentuale di giovani under-40, naturalmente più propensi ad andare via), e che permettono di inquadrare il problema, mi è sembrato necessario prima di tutto sottolineare come la mobilità dei ricercatori italiani sia in realtà minore rispetto a quella dei colleghi francesi, inglesi o tedeschi, con però la non trascurabile differenza che il bilancio tra “uscite” e “entrate” è fortemente negativo solo per il nostro Paese. Inoltre, poiché le statistiche parlano genericamente di laureati, ho sottolineato come la percentuale di ricercatori sia in realtà molto alta, portando così il fenomeno a dimensioni molto importanti e preoccupanti (soprattutto nei settori tecnico-scientifici).

Perché andate via dall’Italia? Perché siete poco pagati? Per colpa dei baroni? Per trovare università e strutture di ricerca migliori?” – il direttore di Left va al sodo. Le statistiche qui non sono di molto aiuto, ma i tanti amici e colleghi che negli ultimi 17 anni ho visto scegliere un altro Paese per fare ricerca, mi hanno indotto a pensare che il problema non sono gli stipendi (che pure in Italia non solo non sono a livelli europei, ma sono appena dignitosi per i livelli di ingresso) e – spesso – neanche l’agognato “posto fisso” (dal momento che questo concetto in molte realtà straniere è molto meno affermato), ma piuttosto altri elementi: la meritocrazia, ovvero la consapevolezza che il proprio valore è l’unico metro per ottenere finanziamenti e credito; la trasparenza, ovvero regole per il reclutamento e la carriera chiaramente dichiarate, comprensibili e stabili nel tempo; e infine le opportunità.

Anche volendo adattarsi alle riforme che si accavallano, vedendosi spesso superati da colleghi meno meritevoli, e pur essendo disponibili al sacrificio di un lungo precariato, spesso fatto di borse di studio, contratti e “contrattini”, le occasioni per poter entrare in pianta stabile nell’Università e nella Ricerca sono state fortemente ridotte, in questi ultimi 4 o 5 anni, da una feroce stretta sulle regole di turn-over e dai duri tagli ai finanziamenti ordinari.

E il problema tende ad accentuarsi, dal momento che le migliaia di precari della ricerca contenderanno ai più giovani i nuovi posti (pochi) disponibili nei prossimi anni dall’alto di curriculum che – parametri ANVUR alla mano – spesso potrebbero far invidiare a un ordinario. Questa, tra l’altro, è una delle principali ragioni per la quale si sceglie di fare ricerca o cercare di entrare nell’Università in un altro Paese sempre più precocemente: quanti neo-laureati ormai scelgono di conseguire il Ph.D. all’estero? E sempre meno raro è il caso di studenti che completano il loro corso di laurea essendosi già trasferiti in un’Università straniera.

Per non tornare più. Questo è il vero problema…

In questi ultimi anni, le non enormi risorse del piano straordinario di assunzione dei ricercatori, finanziato nel 2007 dall’allora Ministro Mussi, hanno permesso di dare ossigeno ad un reclutamento di giovani ricercatori davvero asfittico. E il direttore Monti non esita a chiedere se il Ministro Profumo non abbia intenzione di cercare di investire – in modo analogo – per cercare di tamponare l’esodo, o se non si possa mettere in campo dei finanziamenti dedicati al rientro dei ricercatori, sul modello del programma Rita Levi Montalcini, pur sapendo che queste iniziative hanno permesso di attribuire circa 500 contratti in 12 anni, a fronte di migliaia di “uscite”. Il prof. Profumo ha rivendicato, con ragione, di aver saputo convincere il Governo della necessità di stanziare circa 200 milioni di Euro in 3 anni, per finanziare l’assunzione di professori associati (PA).

Iniziativa assolutamente positiva, ma va nella direzione di incentivare i giovani a non disperare di intraprendere la carriera universitaria? Non proprio. Il mio rilievo è stato infatti quello di precisare che queste risorse verranno usate all’80% per soddisfare le (stra)legittime aspettative di carriera di una (non grande) parte dei 25mila ricercatori a tempo indeterminato (RTI) già in servizio nelle università italiane. D’altro canto, per il meccanismo dei “punti organico” (in unità di professore ordinario, PO), il costo di un ricercatore a tempo determinato (RTD) “tipo b” (tipo “tenure track” ma non proprio, qui si aprirebbe un lungo discorso sulla legge Gelmini) è più che triplo rispetto alla progressione da RTI a professore associato. E’ allora chiaro come quasi tutte queste risorse verranno utilizzate per consentire circa 2000 passaggi di carriera:

RTI -> PA, costo = 0,2 PO

contratto RTD-b, da convertire in PA, costo = 0,7 PO

E ho anche avuto modo di ribadire al Ministro che il meccanismo della “tenure track“, in uso in quasi tutti i sistemi universitari e di ricerca, sebbene visto positivamente, ad oggi di fatto non è stato utilizzato:

  • nelle Università, per l’elevato costo in punti organico, pari appunto all’assunzione ex-novo di un professore associato, superiore, anzi più che doppio anche rispetto alla promozione a ordinario di un associato (0,7 contro 0,3), sia in regime di turn-over ridotto al 20%, ma anche nel piano straordinario, di nuovo per la quota pari al 20% riservata per i nuovi assunti
  • negli Enti di Ricerca, che pure avevano tentato di introdurre un meccanismo di questo tipo (CNR, INFN), per la sonora bocciatura da parte della Funzione Pubblica, vista la peculiare situazione dei ricercatori di questi Enti, equiparati in tutto e per tutto a degli impiegati ministeriali, quindi soggetti al D.lgs. 165/2001, non certo dotati dell’autonomia propria delle università e del regimo di diritto pubblico dei professori universitari.

Autonomia e coordinamento degli Enti di Ricerca – attori piccoli quantitavamente rispetto alle Università ma protagonisti della ricerca di base ed applicata, anche in connessione all’innovazione e al trasferimento al mondo produttivo – ed equiparazione, nello stato giuridico e nell’autonomia, alle Università. Questa l’ultima questione che ho potuto porre “flash” al Ministro, sottolineando che – almeno in questo caso – l’obiezione oramai nota “non ci sono risorse” non si poneva.

E qui sono emerse, nella risposta del Ministro, alcune novità certamente incoraggianti, altre che invitano a riflettere.

Il Ministro – infatti – che arrivava a questo incontro venendo da una riunione con i Presidenti degli Enti di Ricerca, ha sottolineato che:

  • il modello dell’Ente di Ricerca che vive in stretto rapporto con la realtà universitaria e la complementa, permettendo l’osmosi dei ricercatori e dei professori dall’una all’altra istituzione – anche a seconda delle necessità o delle fasi della carriera accademica – è assolutamente positivo e da perseguire
  • il disegno del sistema dell’Università e della Ricerca del (compianto e illuminato) Ministro Ruberti, che aveva condotto alla legge sull’autonomia universitaria del 1989 non si era concluso con un analogo provvedimento per gli Enti di Ricerca, tuttavia il Ministro Profumo ritiene che sia giunto il tempo per dotare gli EPR di un’autonomia responsabile alla stregua delle istituzioni universitarie e di una piena equiparazione tra ricercatori degli EPR e docenti universitari
  • la realtà assai variegata, e soggetta alla vigilanza di una pluralità di ministeri, degli enti pubblici di ricerca avrebbe necessità di un miglior coordinamento, ma anche di essere ricondotta a una maggiore omogeneità di organizzazione che consenta di funzionare come sistema. Questo passa anche attraverso delle operazioni di razionalizzazione, ad esempio della pluralità di sedi (per esempio per il CNR, oltre 400 sedi per i più di 100 istituti, ma anche per l’INFN)

Questo il mio punto di vista, assai parziale e buttato giù a caldo (sul Frecciarossa per Roma), di una serata per me molto interessante da molti punti di vista. Certamente per l’opportunità di conoscere il Ministro, sul quale avevo e mantengo un giudizio (per quello che può valere il mio giudizio) positivo sia per le idee che esprime, sia per la competenza e il garbo con cui le esprime, sebbene rimane il problema di fondo di un FFO per l’Università stabilizzato su 6,5 miliardi rispetto ai 7,5 di qualche anno fa, e di un finanziamento alla Ricerca fermo in valore nominale da molti anni, e quindi costantemente eroso dalla svalutazione. Infine per l’opportunità di confrontarmi con pubblico e giornalisti, il che non ha fatto che rafforzare il mio convincimento che sia assolutamente necessario che la comunicazione verso i tax-payers sia un dovere ineludibile per ogni ricercatore, soprattutto in tempi economicamente non facili, come quelli che viviamo oggi.

Finito? E no, un attimo. E i giovani talenti che vanno all’estero e non fanno (quasi mai) ritorno?

Il problema principale, lo abbiamo capito, è un problema di risorse: non è possibile, al momento, questo lo si capisce anche dalle piccole reticenze del Ministro su alcune risposte, recuperare in pieno il turn-over, anche nell’Università e nella Ricerca. Pur cercando di stabilizzare e razionalizzare il sistema delle regole, non ci sarà un apporto di risorse fresche, almeno fino a quando non ci sarà un accenno di ripresa dell’economia. Certo è che la logica dell’emergenza non tiene conto dei danni a medio e lungo termine che un massiccio esodo di persone altamente qualificate provoca in un sistema produttivo in ritardo in termini di innovazione e alta tecnologia.

A mio parere il punto critico che non abbiamo neanche potuto intaccare è realmente un altro: se spezziamo la continuità della catena della trasmissione del sapere, rischiamo, alla lunga, di pregiudicare la capacità di formare giovani tanto bravi da eccellere in tutto il mondo.

Un pensiero su “L’incontro pubblico con il Ministro Profumo sulla fuga dei talenti

  1. Pingback: [Video]: Dibattito sulla fuga dei talenti con il Ministro Profumo « Io Non Faccio Niente

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.