Un taglio al futuro

21 settembre 2012 – Left

Un taglio al futuro

«Meno asili nido, meno residenze per anziani, meno trasporti, meno vigili del fuoco, meno ricerca, meno giustizia». Per i sindacati la spending review non porterà alcun beneficio ai cittadini. Il 28 settembre Cgil e Uil scioperano. Viaggio nell’Italia del pubblico impiego

di Donatella Coccoli

Lo Stato taglia personale e risparmia. Il cittadino paga e s’indebita. Perché non avrà più quei servizi una volta garantiti dal sistema pubblico. L’elenco è doloroso. Meno asili nido, residenze per gli anziani e assistenza per i disabili, meno trasporti per i pendolari e servizi di pronto soccorso. Ma anche meno sicurezza, con i tagli ai Vigili del fuoco. Oppure meno garanzia di giustizia, con l’eliminazione di circa un migliaio di uffici giudiziari. E se proprio vogliamo arrivare al “superfluo”, ci sarà anche meno ricerca e innovazione. Secondo i sindacati che il 28 settembre scenderanno in piazza la spending review significa questo. Il dl n.95 convertito in legge ad agosto non tarderà a far sentire i suoi effetti. Da qui al 2014, secondo le prime stime della Cgil, saranno circa 25mila i dipendenti pubblici in mobilità mentre a 100mila precari di enti locali e società che forniscono beni e servizi non verranno rinnovati i contratti. Per il governo dei tecnici la super manovra coordinata dal commissario Enrico Bondi si configura come una riorganizzazione della macchina del pubblico impiego. Per i sindacati è un vero e proprio smantellamento dell’azione pubblica in settori vitali come i servizi al cittadino. «Una legge fatta senza un’idea di lavoro pubblico», dice Rossana Dettori, segretario nazionale Funzione pubblica della Cgil, il sindacato che insieme alla Uil ha proclamato per il 28 settembre lo sciopero generale del pubblico impiego. «Questi sono tagli lineari e niente più. Si colpiscono i diritti dei lavoratori e i servizi ai cittadini», afferma la sindacalista. In piazza ci sarà anche la Flc, la federazione dei lavoratori della conoscenza.

La rottura con il ministro

A maggio filava tutto liscio tra i sindacati e il ministro della Pubblica amministrazione Filippo Patroni Griffi. «Allora abbiamo firmato un’intesa unitaria con il responsabile della Pa. Pensavamo che ci fosse un cambiamento rispetto alle politiche di Sacconi e Brunetta. Il ministro parlava di valore del lavoro pubblico, di professionalità dei lavoratori e di rilancio del pubblico impiego», spiega Dettori. Invece, «a settembre, il ministro ci convoca e ci fa una proposta: “Governiamo insieme gli esuberi, facciamo un tavolo tecnico per i precari e uno sulle relazioni sindacali”». Una proposta inaccettabile per Cgil e Uil che decidono di abbandonare il tavolo. «È una presa in giro. È evidente che non c’era la possibilità di stabilizzare i precari. E poi Patroni Griffi ci ha proposto l’esame congiunto alla concertazione, un passo indietro rispetto ai contratti nazionali siglati in passato», continua la sindacalista. Secondo la Cgil, la manovra sulla Pa non riguarda solo gli impiegati che il ministro Brunetta apostrofò con il famigerato termine di “fannulloni”. I tagli colpiranno non solo i dipendenti dei ministeri o di enti come l’Inps, ma anche quelli degli enti locali. La cifra stimata si aggira attorno ai 12mila dipendenti dei ministeri e altrettanti degli enti locali. C’è poi da aggiungere l’effetto della riduzione dei posti letto nella Sanità e quello della soppressione delle Province.

Consumatori in allarme

Contro la spending review e il carovita sono scese in piazza (a Montecitorio il 19 settembre) anche le associazioni dei consumatori e di difesa del cittadino. La preoccupazione è forte. «Due sono i fronti più a rischio», dice Antonio Longo, presidente del Movimento di difesa del cittadino. «Uno è quello dei servizi alle famiglie erogati dai Comuni e dalle Province, come gli asili nido, gli insegnanti di sostegno, l’assistenza agli anziani». L’altro problema è quello del trasporto pubblico locale. «C’è la crisi di aziende provinciali come quella di Salerno, per esempio. Ma poi le Regioni in genere sono in grave ritardo nel pagare Trenitalia che taglia molte tratte non redditizie», continua Longo.

Sos Vigili del fuoco

«“Soccorso, l’Italia in 20 minuti” è uno slogan di qualche anno fa, ora ce lo possiamo anche dimenticare. Per raggiungere il luogo di un incendio ci metteremo molto, molto di più». Antonio Jiritano è un vigile del fuoco che lavora in Calabria, sindacalista Usb. «Tra gli effetti della spending review sono previsti anche accorpamenti dei distaccamenti. Entro la fine dell’anno i comandi decideranno. È chiaro che sarà difficile garantire un soccorso immediato», dice. Le condizioni di lavoro dei pompieri sono peggiorate anno dopo anno. «Ci mancano uomini e mezzi. Con il blocco del turn over al 20 per cento, su 600 pensionamenti possiamo procedere a 130 assunzioni. E poi abbiamo macchine vecchie, senza manutenzione», conclude Jiritano. «A molti colleghi è capitato di entrare in un luogo con un incendio in corso e vedere i guanti che si sfaldavano», aggiunge Valerio Fioravanti dal Veneto, anche lui vigile del fuoco dell’Usb. «A me i calzari nuovi si sono sfasciati». A Verona i Vigili del fuoco hanno in dotazione una motopompa Raf che serve in caso di incendi di natanti sul lago di Garda ma è ferma. «Occorrono 50mila euro per ripararla, non ce li hanno».

L’odissea per la giustizia

Cancellare 667 uffici di giudici di pace, 220 sezioni distaccate di tribunale, 31 tribunali e altrettante Procure non è uno scherzo: sono un migliaio di uffici giudiziari. Se rispetto a un primo elenco di luglio alcuni tribunali di Calabria e Campania sono stati salvati per fronteggiare la presenza mafiosa, le forbici del ministro Severino restano comunque affilate. Con conseguenze per i dipendenti, che tra un anno saranno tutti trasferiti nelle nuove sedi dopo una riorganizzazione della pianta organica. Ma anche per i cittadini. «Prendiamo un abitante di Capri che sarà senza giudice di pace», spiega Giuseppa Todisco, della direzione Usb giustizia, cancelliere da 35 anni. «Il nostro cittadino dovrà recarsi a Napoli con il traghetto, direttamente oppure passando da Sorrento. Da qui la Circumvesuviana, sempre in ritardo, e poi il centro direzionale, con file interminabili per arrivare al ventiduesimo piano delle torri». Insomma, conclude Todisco, «è una bufala dire che mettendo mano alla geografia giudiziaria si recupera l’efficienza della macchina della giustizia». Senza contare che ancora non è chiaro quali saranno i criteri d’accorpamento e che fine faranno gli impiegati. Entro il 2012 il ministro Severino dovrà risolvere il problema dell’organizzazione mentre i Comuni (magari consorziandosi) potranno salvare gli uffici dei giudici di pace a patto però che provvedano loro alle spese. Il cittadino comunque pagherà sempre di più, sia per i trasferimenti che per l’aumento delle parcelle degli avvocati, anche loro “itineranti”. Ma allora come si può rendere più efficiente la giustizia italiana? «Con una seria politica di riforme che parta da una necessità non più rinviabile di un’ampia depenalizzazione», scrive il 17 settembre Giuseppa Todisco in una lettera al ministro della Giustizia.

La ricerca è bloccata, i cervelli fuggono

Se non ci fosse stato l’intervento del Capo dello Stato, a luglio, l’Infn (Istituto nazionale di fisica nucleare) avrebbe ricevuto un colpo letale. Cancellati 20 milioni, una cifra pari quasi alla metà del budget per la ricerca. Perché? Semplice: i tecnici nei loro tagli lineari hanno badato a sfrondare
i bilanci là dove appariva uno sforamento di cifre relativo alla spesa media. «Ma senza calcolare la differenza tra le spese di funzionamento e quelle per la ricerca. Per cui paradossalmente noi che spendevamo tanto per progetti di ricerca, dovevamo pagare e tagliare di più di chi invece di ricerca ne faceva poca», afferma Paolo Valente fisico e rappresentante nazionale dei ricercatori Infn. Per fortuna il governo ha cambiato registro: non più tagli divisi ente, ma una cifra complessiva, pari a circa 120 milioni di euro che il Miur dovrà tagliare in tre anni. Chissà come, vista la forte erosione, negli ultimi dieci e più anni, del finanziamento ordinario. Negli enti di ricerca come l’Infn, passato il pericolo immediato rimane però il nodo del personale. Turn over bloccato in pratica dal 2009, una assunzione su cinque pensionamenti. «Ma siamo appesi a leggi e leggine che sono venute in questi anni», continua Paolo Valente. «Stiamo addirittura aspettando che la Corte dei Conti decida sul decreto del governo che autorizza le assunzioni che vanno a sostituire i pensionamenti del 2009, sempre che il taglio dell’organico deciso dalla spending review non blocchi tutto». Questo impedisce di fatto l’accesso ai giovani ricercatori, la linfa vitale per un istituto di ricerca. Restano i precari storici che sopravvivono grazie ai finanziamenti esterni, nella totale assenza di concorsi. «È un problema di sistema, il fatto che non ci sia praticamente nessuna possibilità di assunzione, allontana i giovani dalla ricerca o li costringe ad andare all’estero», conclude Valente.

Una nuova cultura del lavoro pubblico

«Noi come sindacato non siamo arroccati nella difesa dell’esistente», dice Rossana Dettori. «Siamo disponibili a discutere come facemmo in quell’ accordo con Prodi, il famoso memorandum: a giudicare i servizi sarebbero stati i cittadini e in base a quel giudizio avremmo modulato anche i meccanismi di produttività». Ma oggi con la crisi globale «bisogna cambiare ancora di più la logica e la cultura del lavoro pubblico in questo Paese», aggiunge il segretario Fpi. Cgil e Uil hanno fatto proposte alternative a quelle del governo. Tagliare sì, ma il tetto dei salari dei dirigenti, le consulenze esterne e le spese di rappresentanza. «Ma quello che serve e che chiediamo a una forza politica di sinistra che speriamo sostituisca il governo dei tecnici, è che tiri fuori quelle idee che servono finalmente per valorizzare gli spazi pubblici».

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