L’Università non può invecchiare

Fonte: La Stampa

Il «grido di dolore» lanciato dal capo del Politecnico torinese, Marco Gilli, al ministro dell’Università, Francesco Profumo, ha il merito di segnalare un problema che, colpevolmente, viene troppo trascurato, quello del sostanziale blocco del turn over tra i professori dei nostri atenei. Un fenomeno che ha, perlomeno, due gravi conseguenze: una riduzione della quantità e della qualità dell’insegnamento e la chiusura delle prospettive di occupazione universitaria proprio per i giovani più brillanti e più impegnati nella ricerca.

È significativo che questo allarme arrivi dal nostro Politecnico, ateneo che vanta un’ottima reputazione nazionale e internazionale e che sembrerebbe, per le sue caratteristiche, patire meno i i tagli imposti dalla grave situazione finanziaria del nostro Stato. È presumibile, perciò, che l’invecchiamento del corpo docente possa procurare, negli altri indirizzi di studio, danni ancor maggiori.

I numeri ricordati dal rettore Gilli sono inquietanti: «Nei prossimi anni – ha affermato durante la cerimonia per l’inaugurazione dell’anno accademico – la metà dei nostri professori ordinari andrà in pensione. Solo 5 su 221 sono, oggi, sotto i 45 anni». Poiché solo il 30 per cento dei dipendenti che vanno in pensione possono essere sostituiti, le conseguenze di tale situazione sono facilmente intuibili.

Il destino della docenza nell’ateneo torinese di corso Duca degli Abruzzi può simboleggiare quello dell’Italia, giustamente additata come «il paese per vecchi». È giusto farsi carico della grave condizione dei bilanci pubblici, perchè la demagogia di chi, nei decenni passati, ha moltiplicato corsi di insegnamento e sedi universitarie decentrate è la maggior responsabile di quella incontrollata spesa dello Stato che ci ha fatto arrivare a questo punto. Ma è sbagliato procedere con tagli che non selezionano i campi d’intervento. Se tutti siamo d’accordo, almeno a parole, che le priorità degli investimenti debbano essere quelle destinate ai giovani, alla loro formazione e alla loro possibilità di essere impiegati nella ricerca scientifica e tecnologica, unica via d’uscita per la crisi della nostra economia industriale, allora non si capisce perchè ci siano così evidenti contraddizioni logiche tra la teoria e la pratica.

Chiudere le porte in faccia agli studenti che vorrebbero dedicarsi alla carriera universitaria e alla ricerca, costringere i migliori nostri giovani ad accelerare il già crescente esodo di cervelli italiani all’estero, lasciare l’insegnamento negli atenei a un sempre minore numero di docenti, per di più invecchiati e oberati di compiti burocratici, vuol dire chiudere la porta al futuro del nostro paese.

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