Quali prospettive per la ricerca nella “terza repubblica”?

Quali prospettive per la ricerca nella “terza repubblica”?

di Luca Lista e Paolo Valente

elezioni-2013-th

Anche se molto timidamente, la scienza, la ricerca, l’università e l’innovazione sono tornati argomenti di dibattito politico. Gli scienziati hanno il dovere, oltre che il diritto, di evidenziare, nell’agenda dei decisori politici, i temi del loro lavoro, soprattutto in considerazione del grande potenziale che il progresso scientifico e tecnologico hanno per lo sviluppo economico e per il miglioramento delle condizioni di vita di tutti, oltre che -naturalmente- per il progresso delle conoscenze umane sui grandi temi della ricerca di base.

I temi legati alla ricerca e all’università sono però spesso legati a problematiche alquanto prosaiche e quotidiani affanni. Pur nella difficile situazione post-voto, le nuove sfide per trovare punti di intesa virtuosi tra le diverse forze politiche potrebbero, se riusciranno ad andare in porto, dare nuovo impulso a situazioni stagnanti da molti anni.

Chiediamo alla comunità di chi si occupa o si interessa di ricerca scientifica:

  1. di indicare quali temi dovrebbero essere prioritari e pertanto portati all’attenzione del nuovo Parlamento e del nuovo Governo italiano
  2. di commentarli e proporre integrazioni e modifiche
  3. di proporne di nuovi
  4. di fare proposte operative per diffondere il dibattito all’interno del “mondo” della scienza e della ricerca, e su come portare queste priorità all’attenzione dei decisori politici

 Ecco un elenco parziale di proposte

  1.  eliminazione del blocco del turn-over e riapertura dei concorsi di ammissione per giovani ricercatori a tempo indeterminato con cadenza annuale
    • piano straordinario di assunzioni per ricercatori e tecnologi, sia negli enti di ricerca che nelle università
    • una legge che riconosca lo stato giuridico di ricercatori e tecnologi degli enti pubblici di ricerca
  2. riduzione del tempo determinato (TD) con tetti alla frazione di personale TD e introduzione di limiti temporali alle attività di ricerca post-dottorato
  3. meritocrazia nei concorsi: commissioni e concorsi nazionali per tutte le assunzioni a tempo determinato ed indeterminato
  4. mobilità tra università ed enti di ricerca; ampliamento delle potenzialità introdotte dal recente DM di interscambio e maggiori possibilità di didattica per i ricercatori degli enti di ricerca, ad es. abilitazione dei ricercatori come docenti e relatori di tesi di laurea e dottorato
    • introduzione della figura del tecnologo nelle università per completare la simmetria tra enti di ricerca e atenei, e permettere un completo interscambio di personal
  5. estensione della legge antiparentopoli “Gelmini” ad un’incompatibilità di assunzione di parenti e affini su base regionale
  6. ristabilimento per gli enti di ricerca di un rapporto virtuoso tra spese per il personale e spese per la ricerca, con rapporto non inferiore al 50% dei fondi per la ricerca (oppure una percentuale che può variare area per area…)
  7. semplificazione dei meccanismi di valutazione e riduzione del carico burocratico per la valutazione a carico degli enti e dei ricercatori
  8. semplificazione della burocrazia per gli acquisti mantenendo la trasparenza nella gestione delle spese: CIG, MEPA

12 pensieri su “Quali prospettive per la ricerca nella “terza repubblica”?

  1. Pretendere buona parte delle proposte, vuole semplicemente chiedere che i ricercatori non siano impegnati statali, e quindi soggetti alle leggi dello stato che riguardano svantaggi e vantaggi di questo inquadramento. Giusto o non giusto, attuabile o meno, mi sembra forte giustificare queste proposte con frasi del tipo: “Gli scienziati hanno il dovere, oltre che il diritto, di evidenziare, nell’agenda dei decisori politici, i temi del loro lavoro, soprattutto in considerazione del grande potenziale che il progresso scientifico e tecnologico hanno per lo sviluppo economico e per il miglioramento delle condizioni di vita di tutti, oltre che -naturalmente- per il progresso delle conoscenze umane sui grandi temi della ricerca di base”.
    Mi pare che le “parziali proposte” siano lontane dai valori alti della ricerca scientifica espressi da questa frase…

    • Che ti posso dire… non voleranno alto, ma sono delle proposte concrete. Da qualche parte bisogna pure iniziare, no?… Fanne delle altre più aderenti ai valori, sui quali, mi pare di capire, sei invece d’accordo

      • Essendo l’investimento in ricerca pubblica italiano non di molto peggiore a quello dl resto d’europa, ed essendo il vero punto critico per lo sviluppo del nostro paese linvestimento in r&s dell’impresa, penso che bisognerebbe prima pensare al paese e poi a noi (ricercatori pubblici e ai nostri impicci amministrativi), che bene o male, faticosamente funzioniamo e produciamo. Penso inoltre che potremmo solo guadagnare dall’attivazione di una cultura e di capacità in r&s dell’impresa che creerebbero sbocchi professionali, scambio fra i settori di r&s, competitività a livello europeo (specialmente verso le nuove linee guida), etc, etc.
        Penso che attualmente il meccanismo di supporto alla ricerca imprenditoriale e il rapporto fra pubblico e privato, sia fondamentalemte sbalgiato. Presuppone che il ricercatore pubblico sia colui che debba indirizzare la r&s, al posto del mercato e quindi dell’impresa. È il mercato (ovvero in ultima analisi le esigenze del cittadino) che dovrebbero guidare gli investimenti in r&s dell’impresa.
        Penso che bisognerebbe incentivare la creazione di laboratori e linee di r&s nelle imprese, premiando la creazione di linee e attività permanenti, e quindi, ad esempio, abrogare gli attuali meccanismi di incentivvizzazione (bandi come pon e smart city…) e defiscalizzazione per chi collabora con il mondo della ricerca pubblica, almeno fin tanto che le imprese non siano in grado di realizzare ricerca in house (oggi enti e università sono per l’impresa soprattutto strumenti per accedere a finanziamenti piuttosto che investimenti reali in r&d).
        Bisognerbbe lavoare sulla carriera scienfica (es con sistemi come il tenure track) sia nel pubblico che nel privato, creando meccanismi di formazione e selezione e scambio che servano ad entrambi i settori; creazione della concorrenza fra imprese in r&d nei settori tecnologicamente emergenti, facilitando l’investimento in house; incentivare lo scambio dei ricercatori fra i pubblico e privato, etc, etc.
        Dal canto nostro dovremmo da una parte pretendere che si capisca il valore culturale e di ampie prospettive della ricerca pubblica e non si confonda con quella finalizzata dell’impresa, e dall’altro dovremmo metterci al servizio nel trasferire competenze, pensare cose nuove distribuite concentualmente in open source e hardware, pretendere che si investa in attività eccellenti, nella creazione di infrastrutture uniche a livello mondiale.

  2. Sono d’accordo con tutti i punti di cui sopra tranne i punti 3 e 5. Chiaramente c’è un urgente bisogno di riforme per garantire che le assunzioni si fanno in base al merito. Ma credo che le misure formali (concorsi nazionali piuttosto che locali, norme anti-parentopoli) non saranno mai sufficienti, né necessarie, e forse non sono neanche giuste.
    Riguarda al punto 3, alla luce dell’esperienza recente all’INFN, non mi sembra che i concorsi nazionali danno alcun garanzia di trasparenza. Viceversa, non mi sembra che ci sia alcun motivo perché un concorso svoltasi localmente non possa scegliere il candidato migliore. Anzi, in un concorso più piccolo è più facile approfondire la storia professionale e le capacità del candidato; sicuramente a livello locale è più facile scegliere un candidato la cui esperienza e le cui capacità sono richieste. Se i concorsi nazionali fossero una buona soluzione, sarebbero diffusi in paesi con forti sistemi di ricerca; invece, alla mia conoscenza, l’Italia è uno dei pochissimi paesi che fa uso di concorsi nazionali.
    Riguardo al punto 5: se un sistema è meritocratico, come può postare di vincoli alle persone da assumere in base alla parentela? Se due persone della stessa famiglia, entrambi con un premio Nobel, facessero domanda alla stessa università, quale sarebbe il motivo per mandarne via uno? Per quanto sia improbabile l’esempio, il principio è importante. Più concretamente, succede in altri paesi (tipo l’America, ma non solo) che per risolvere il problema della mobilità di coppie e attrarre ricercatori particolarmente promettente, che le università creano due posti anziché uno. In un sistema cerca di coltivare l’eccellenza, forse è una possibilità da non escludere a priori.
    Invece, al mio avviso, bisogna responsabilizzare le persone coinvolte nella decisione di chi assumere, compreso i dirigenti delle istituzioni che assumono e i membri delle commissioni. In particolare per quanto riguarda le assunzioni all’inizio carriera (ad esempio di personale a tempo determinato, anche in un modello tenure track) sono convinto che un accurato monitoraggio della produttività scientifica al livello del gruppo che apre un posto fornisce la migliore garanzia che i giovani ricercatori vengono scelti in base a merito. Se scarsi risultati equivalgano alla perdita di fondi e posti, l’incentivo all’assunzione in base al merito viene allineato all’incentivo alla produzione scientifica. E punti tipo 3 e 5 non saranno necessarie.

  3. Io forse non sono d’accordo direttamente con la prima frase: “Anche se molto timidamente, la scienza, la ricerca, l’università e l’innovazione sono tornati argomenti di dibattito politico”. A me pare proprio che a questo giro, fra i “con la scienza non si mangia” e “votiamo su web quale sia la massa dell’Higgs” siamo capitati proprio male …

    Scusate, lo so, sono depresso …

  4. Da una discussione con un collega ho ascoltato una proposta ancora più radicale sull’istituto del concorso: abolirlo del tutto e dare responsabilità ai leader di gruppo di scegliersi le persone con piena assunzione di responsabilità, e conseguente valutazione con referee esterni dell’operato delle persone scelte. Questo farebbe cadere questioni come meritocrazia, parentopoli, ecc. Mi pare un’idea interessante e simile a quanto avviene in America ed altri posti del mondo. Resta però da capire quanto spazio ci sarebbe concretamente per una riforma così radicale, vista la prospettiva, comunque limitata, del nuovo governo (se mai ci sarà…!).

  5. Caro Paolo, sono naturalmente d’accordo con le tue proposte, che vorrei però integrare con alcune osservazioni.
    Il DM relativo al punto 4 andrebbe senz’altro modificato eliminando una norma che rischia di invalidarlo: quella secondo la quale l’Ente Pubblico di Ricerca (EPR) o l’Ateneo al quale un soggetto si associa debbano pagarne una quota della retribuzione, corrispondente alla percentuale di tempo dedicato all’attività che vi viene svolta. In una fase storica nella quale si riesce a garantire solo il pagamento degli stipendi e – solo in parte – delle spese di funzionamento delle strutture, è assai improbabile che un EPR o un’Università possano sobbarcarsi anche simili costi, e, qualora ciò dovesse avvenire, si verificherebbe prevalentemente nel caso dell’associatura di un universitario ad un EPR, data la storica e cronica eterodirezione (leggi: sudditanza) degli EPR da parte dei docenti universitari. Di conseguenza, la mobilità non sarebbe bidirezionale. Bisognerebbe abrogare questa norma o, in alternativa, prevedere che la quota risparmiata sulla retribuzione di ciascun soggetto che si associa ad un’altra amministrazione debba obbligatoriamente venire utilizzata o accantonata per pagare la quota retributiva di un soggetto proveniente da quella stessa amministrazione, in modo da garantire condizioni di reciprocità.
    A proposito del punto 5, la tua proposta non mi è chiara. Attualmente, non si può essere assunti in un Dipartimento o struttura se già vi lavora un parente fino al quarto grado. L’estensione “territoriale” di questa norma cosa comporterebbe? Il divieto di assunzione in un Dipartimento “simile” a quello in cui lavora il docente al quale si è imparentati, ubicato in una città diversa della stessa regione? Ma i dipartimenti nascono da aggregazioni disciplinari che possono variare molto da un Ateneo all’altro (è quel che accade sovente nel mio ambito, quello delle scienze agrarie e forestali, caratterizzate dalla loro natura multidisciplinare). Io credo che il criterio, più che territoriale, dovrebbe essere disciplinare, e dovrebbe essere esteso anche agli EPR; dovrebbe cioè consistere nel divieto di assunzione nell’ambito dello stesso settore scientifico-disciplinare (SSD) del ricercatore, tecnologo o docente al quale si è imparentati, indipendentemente dalla struttura in cui lavora. In quest’ottica, sotto l’aspetto territoriale, il divieto potrebbe anche essere esteso a tutto il territorio nazionale, dato che i docenti ed i ricercatori sono solitamente in contatto con tutti i colleghi che si occupano della stessa disciplina scientifica. Si potrebbe anche pensare di individuare raggruppamenti di SSD affini per la definizione delle incompatibilità, senza però dimenticare che la regola perfetta non esiste, e che sarà sempre possibile aggirare i vincoli: al massimo, si potrà puntare ad un ridimensionamento del fenomeno.

    • Grazie. In effetti l’estensione “regionale” era pensata per evitare inciuci in atenei della stessa regione o della stessa città, in cui diventa facile fare degli “scambi” di parenti…

    • E sono d’accordo che la regola perfetta non esiste. Interessante la considerazione sul decreto di interscambio, penso vada tenuto conto della problematica che sollevi

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