Le competenze degli adulti e le ragioni del declino

Editoriale Left

26 ottobre 2013

di Andrea Ranieri

Dopo PISA – l’analisi che analizzava le competenze linguistiche, matematiche, di capacità di risolvere problemi degli studenti di 24 Paesi di Europa, Asia e America – l’OCSE ha fatto PIAAC, ha analizzato cioè le stesse competenze fra la popolazione adulta degli stessi Paesi. Per l’Italia l’analisi l’ha fatta l’ISFOL, che è l’istituto di ricerca che studia i nessi tra formazione e lavoro, e monitora e valuta gli effetti delle nostre politiche sociali.   Il risultato è una conferma. Ultimi e penultimi eravamo fra gli studenti, ultimi e penultimi siamo far gli adulti.

L’analisi così drammatica ha vissuto sui giornali un giorno. Non risultano reazioni allarmate e volte a fronteggiare la situazione da parte della politica, che anzi, negli stessi giorni, mette in pericolo il lavoro dell’ISFOL e di tanti altri istituti di ricerca, con un emendamento al Senato che sbarra la strada alla stabilizzazione dei precari, che hanno assicurato in questi anni la sopravvivenza del nostro sistema della ricerca. Se la situazione è drammatica, in questo come in  tanti altri comparti del Paese, meglio non saperla.

Eppure questi dati ci parlano delle ragioni di fondo del declino del Paese. Un dato fra tutti. Migliorano rispetto alle rilevazioni precedenti i livelli di competenza degli ultra sessantacinquenni, – quelli nati nel dopoguerra, e che hanno vissuto e lavorato dentro la fase di sviluppo del Paese, e che hanno avuto una occupazione stabile -, peggiorano quelli tra i 55 e i 65, che hanno dovuto fare i conti con diverse crisi e hanno avuto una vita lavorativa più instabile e precaria. E in fondo alla classifica ci sono i NEET i giovani che non studiano e non lavorano, perché il lavoro e lo studio sono decisivi per poter continuare a leggere capendo quel che si legge, a scrivere e a far di conto.

Ma quel che emerge di drammatico è la disuguaglianza fra le diverse aree del Paese, fra il Nord e il Sud, fra i luoghi che hanno vita culturale e associativa e i territori culturalmente deprivati. Non senza conseguenze sulla possibile “ripresa”. Perché lo scarso livello di competenze della nostra popolazione giovane e adulta è il freno più grosso all’innovazione del sistema, sia dal lato della produzione, che da quello dei consumi, che di quello del welfare. Soprattutto se il welfare diventerà sempre meno standardizzato e più mirato sulle persone, se le città diventeranno più “intelligenti”, i dislivelli di competenza segneranno la possibilità di accesso ai servizi. Tra chi sa e chi non sa. Che segnerà sempre di più i livelli di sviluppo e di eguaglianza  fra i Paesi, i territori, le persone.

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