Carrozza: “Sì al Senato del saper fare”

M.C. Carrozza su Il Sole 24 Ore

La riforma dello Stato, e in particolare delle istituzioni repubblicane, è un tema caldo del dibattito pubblico. Oggi, con maggiore enfasi rispetto al passato, si ritiene opportuno modificare il bicameralismo per passare dalla parità alla differenziazione. La Camera dei deputati sarebbe il centro del rapporto di fiducia con il Governo e dell’iniziativa legislativa mentre il Senato dovrebbe mutarsi in camera della rappresentanza regionale o «delle autonomie», pur
mantenendo alcune funzioni di indirizzo politico e di controllo.

Il dibattito sulla fine del bicameralismo perfetto così come l’abbiamo conosciuto ha recentemente affrontato un tema legato alle riforme istituzionali, quello del «Senato delle competenze»: una camera ancora rappresentativa, non snaturata del tutto nelle competenze ma modificata alla radice in quanto alla composizione, in grado di intercettare le personalità più autorevoli del mondo dell’istruzione, della ricerca, dell’università, della cultura.

La riflessione sul ruolo della «seconda camera» nel sistema parlamentare moderno è stata condotta da illustri personalità sin dal secondo dopoguerra, specialmente durante i lavori della «Commissione per studi attinenti alla riorganizzazione dello Stato», presieduta da Ugo Forti, che presentò la propria relazione all’Assemblea costituente. Per Costantino Mortati, ad esempio, la seconda camera avrebbe dovuto «integrare» la rappresentanza espressa dalla prima e farsi portatrice della «complessiva struttura sociale» della nazione, nonché della sue «forze vive».

La proposta di Mortati, successivamente accantonata dall’Assemblea per i timori legati all’alterazione del suffragio universale, prevedeva un Senato a composizione mista: metà dei senatori sarebbero stati eletti a suffragio universale diretto mentre l’altra metà sarebbe stata eletta a suffragio di sola rappresentanza, in collegi elettorali «speciali» formati in base all’appartenenza dei cittadini alle categorie produttive e scientifiche dell’industria, delle banche, del commercio, della scuola, della cultura, della giustizia, della sanità, dell’amministrazione pubblica.

L’idea di Mortati, legata ad una concezione sostanzialmente elitaria della rappresentanza, ha lasciato spazio, in tempi più recenti, a una riflessione più funzionalista e meno organicista, rivolta alle competenze del Senato italiano. Si pensi, ad esempio, alla Commissione bicamerale Sozzi. All’inizio degli anni 8o, la Commissione aveva proposto di differenziare le competenze di prima e seconda camera, lasciando ad entrambe la competenza sulle leggi più importanti (costituzionali, elettorali, di bilancio, tributarie, penali, di ratifica di trattati internazionali, di tutela delle minoranze e così via), affidando alla sola Camera dei deputati la competenza su tutte le altre e al Senato la possibilità di richiedere espressamente l’esame dei progetti di leggi, altrimenti destinati ad un’unica lettura. Si pensi, ancora, alla proposta di riforma costituzionale bocciata dal referendum del 2006, in cui il Senato avrebbe dovuto occuparsi delle leggi relative a materie di competenza legislativa concorrente e sarebbe stato eletto contestualmente ai Consigli regionali.

L’opzione per una camera differenziata (e «regionalizzata») sul modello tedesco non impedisce che parte di essa possa rappresentare il mondo della scienza. Anzi, il «Senato delle competenze» ben potrebbe occuparsi dei problemi delle regioni e, in parte, rappresentarle direttamente. Il Senato potrebbe essere, oggi, la proiezione istituzionale di alcune competenze specializzate in campo scientifico e culturale. Potrebbe così rivolgere il suo lavoro a questioni di politica economica, energetica o di specifico interesse sociale, differenziandosi dalla Camera ma con essa integrandosi. Come suggeriva Santi Romano già alla fine degli anni 40, tale integrazione «reale» costituirebbe un argine ai difetti del bicameralismo paritario. Il Senato sarebbe, quindi, un organo altamente specializzato, espressione autorevole di scienza e cultura, una sorta di «camera dei saperi».

Una camera che lavora in modo più definito e che concentra più attentamente i suoi sforzi costa meno di una che duplica o riproduce funzioni già svolte da un’altra. Anzi, la divisione del lavoro e delle competenze che deriverebbe da questa sorta di «bicameralismo delle competenze» potrebbe persino rafforzare e rendere più incisivo un «potere di richiamo» del Senato nei confronti della Camera.

Questa prospettiva ben si coniuga, d’altro verso, con il carattere di complementarietà tra le due camere e con la necessità che il bicameralismo sia, nella sostanza, solo ridefinito e non abbandonato. Una camera della scienza e delle competenze potrebbe mantenere, e anzi migliorare, il suo ruolo di controllore parlamentare sull’operato del Governo. Potrebbe altresì lavorare efficacemente per costituire commissioni d’inchiesta su temi specifici e per promuovere attività di studio. Sarebbe uno strumento utile, inoltre, per incorporare le riflessioni scientifiche nell’attività legislativa e per potenziare la qualità della produzione normativa, verificandone periodicamente l’efficacia ed indicando gli eventuali correttivi alle sue disfunzioni. Potrebbe, in caso di composizione mista, occuparsi anche dell’attività legislativa ad impatto regionale.

Il «Senato delle competenze» non smarrirebbe, peraltro, quel ruolo di garanzia e contrappeso proprio delle seconde camere, che verrebbe semplicemente rimodellato. Il Senato, alla luce del suo rinnovato ruolo nel gioco istituzionale, sarebbe la cassa di risonanza dei principi fondamentali della Costituzione repubblica: lo sviluppo della cultura, della ricerca scientifica e industriale, della sostenibilità ambientale, e della tutela del paesaggio e del patrimonio artistico e storico. Sarebbe anche il centro istituzionale di temi nodali per la società, come la bioetica, i diritti inviolabili, la dignità, la libertà di espressione o l’eguaglianza sostanziale.

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