Perché non serve un nuovo ministro dell’istruzione, università e ricerca

Il Governo Renzi prova a decollare, il premier incaricato cerca di costruire una maggioranza solida e un accordo di legislatura, e al tempo stesso di costruire una squadra in grado di convincere e marcare una differenza con il precedente dicastero in modo molto netto, giocando anche su decisione, tempi stretti e una certa dose di “effetti speciali” (tutti da verificare nei prossimi mesi).

In attesa di verificare come si concretizzeranno le intenzioni del segretario PD il quale, se tutto andrà come previsto, scioglierà in settimana la riserva e si presenterà al Parlamento per ricevere la fiducia, impazza il gioco giornalistico del toto-ministri. Un divertissement che il peso crescente del super-ministero di Economia e Finanze ha reso oramai piuttosto accademico, dal momento che l’asse di ogni governo è a Via XX Settembre.

E che sottolinea, se ce ne fosse bisogno, il distacco della politica dal cosiddetto “paese reale”: mentre gli addetti ai lavori del mondo della cultura si fanno in quattro per difendere un ministro – per la prima volta da anni – apprezzato per il suo operato ai Beni Culturali e Turismo, la politica gioca la sua partita fatta di veti incrociati, rapporti di forza tra partiti e correnti, equilibrismi tra ambizioni personali e poltrone di ministri e sottosegretari. Ma non facciamoci illusioni: Massimo Bray, “d’alemiano” e marcato dall’appartenenza al Governo Letta, non ha molte speranze di restare al suo posto nonostante il furor di “popolo della rete”.

E al MIUR? Maria Chiara Carrozza in questi mesi ha fatto molto per correggere l’atteggiamento iniziale, molto poco propenso al dialogo e piuttosto da rettore autoritario, aprendo canali di comunicazione con i tre mondi assai complessi che il suo ministero governa. Sebbene a volte le sue aperture siano risultate goffe, basti pensare alle ambiziosissime consultazioni sulla “Scuola che vorrei”, mentre gli insegnanti avvertivano dell’imminente pasticcio degli scatti di anzianità, dell’incredibile confusione sul reclutamento tra graduatorie, TFA, PAS, delle risorse per l’autonomia scolastica oramai al lumicino e mille altre problemi concreti del traballante edificio “scuola”.

In questi 10 mesi però un percorso di crescita (come c’era da aspettarsi da una ricercatrice e donna intelligente) è stato evidente anche agli osservatori che nei grandi saloni di Viale Trastevere entrano molto di rado. Il MIUR è infatti una macchina complessa e il lascito dei governi precedenti pesante, basti pensare alle decine di decreti attuativi gemmati dalla riforma Gelmini dell’Università, e alle due imprese titaniche che quella stessa legge ha generato e affidato a un’Agenzia solitaria e solipsistica (l’ANVUR): la valutazione di tutto il sistema della ricerca scientifica, la VQR 2004-2010, e l’abilitazione di decina di migliaia di ricercatori e professori, che dopo 15 mesi dalla scadenza del bando (pubblicato quasi 2 anni fa) ancora non ha completato il suo iter, contribuendo alla paralisi del sistema universitario.

Se, come pare, Matteo Renzi vorrà indicare un nuovo ministro, bisognerà ricominciare tutto da capo. Anche il più smaliziato e acuto degli addetti ai lavori (se si guarda alla storia passata, sarà l’ennesimo rettore) si troverà di fronte gli stessi problemi strutturali, formidabili, con i quali si è scontrata Carrozza:

– Sulla scuola, il caos di un reclutamento figlio di troppi provvedimenti scoordinati e occasionali, che ha impedito un reale ricambio generazionale e generato una massa di precari da vera emergenza sociale, il tutto condito dal blocco della contrattazione nel pubblico impiego e dai tagli della spending review.

– Sull’università, le riforme accompagnate da tagli feroci, che hanno lasciato degli atenei costretti a cercare la sopravvivenza e impedito ogni reale possibilità di migliorare l’offerta formativa o di modernizzare gli strumenti della governance. Una politica spietatamente punitiva, in ossequio alla teoria del “sacco bucato” (che ha in Giavazzi l’esempio più noto, ma purtroppo non l’unico esponente) accompagnata da un formidabile attacco mediatico ai “baroni”, agli sprechi, alla presunta scarsa qualità del sistema universitario che – stranamente – genera migliaia di laureati e dottorati in “fuga” in tutto il mondo.

– Sulla ricerca, la cronica frammentazione non tanto data dal numero di enti ed istituti (che semmai rappresentano la ricchezza e l’ampiezza dello spettro del mondo scientifico italiano), ma piuttosto delle fonti di finanziamento, disseminate tra sette diversi ministeri, senza contare Regioni e fondi europei, con una pluralità di strumenti e uno scarsissimo coordinamento tra enti di ricerca, impresa e università; il tutto con delle autentiche Ferrari da competizione (i molti bravi ricercatori italiani) costretti a gareggiare in Europa con regole assurde (quelle generali della pubblica amministrazione e della ben nota burocrazia nostrana). Anche qui, il mantra politico-mediatico è dai tempi di Profumo quello di miliardi europei gettati al vento da ricercatori evidentemente imbelli o incapaci, trascurando il dettaglio non secondario che alla competizione con i principali paesi EU ci andiamo con circa la metà dei ricercatori (in rapporto a PIL o forza lavoro, naturalmente).

Dei provvedimenti presi in questi pochi mesi dalla ministra Carrozza, tra i più interessanti è infatti il nuovo Piano Nazionale della Ricerca, che – almeno nelle intenzioni – intende coordinare i vari finanziamenti per ricerca in un “pacchetto” di strumenti coordinati dal Ministero con la partecipazione concreta e fattiva dei principali attori: Enti di ricerca, Università, imprese, enti locali. Poco più di un annuncio, fino ad oggi, dal momento che non sono noti né il testo completo del PNR, né i dettagli con cui verrà gestito questo piano e la sua dotazione di 6 miliardi di Euro in 7 anni, né i vari provvedimenti necessari per l’implementazione, che dovranno essere varati dal Ministero.

Molte di queste questioni, dunque, non solo sono “strutturali”, ma si incrociano con altri ministeri e soprattutto, più che con i titolari dei dicasteri, con la complessa macchina burocratica che li permea: ministero dell’economia e delle finanze, ovviamente, ma anche quello della pubblica amministrazione, in grado di offrire una resistenza muta e  sorda a ogni cambiamento.

Un accusa ingenerosa? Come spunto di riflessione al prossimo inquilino (o inquilina, come appare più probabile) del MIUR ricordo uno tra gli episodi che si possono mettere in evidenza. Una legge, anzi, un decreto-legge, fortemente voluto da Carrozza e convertito dopo ampio dibattito in entrambi i rami del Parlamento (un po’ pomposamente battezzato “l’Istruzione riparte”) ha stabilito, meritoriamente, di dare una soluzione al problema decennale del personale precario della rete di monitoraggio di vulcani e terremoti dell’INGV (art. 24 del D.L. 104/2013, convertito con modificazioni dalla legge 128/2013), con l’assunzione di 200 ricercatori in 5 anni. Il decreto-legge, un provvedimento che secondo la Costituzione ha carattere di “necessità e urgenza”, è stato approvato il 12 settembre 2013, la legge di conversione pubblicata l’11 novembre. Quello stesso giorno scadevano i termini stabiliti per effettuare le “variazioni dell’organico strettamente necessarie“, che però si sono smarrite – a tutt’oggi – nell’iter di approvazione tra MEF e Funzione Pubblica.

Se Renzi non cambierà questi nodi strutturali – alcuni dei quali, peraltro, impegnerebbero una quantità di risorse “abbordabili” – non sarà purtroppo un fattore determinante il nome e il curriculum, per quanto di elevatissimo profilo e prestigio, del prossimo titolare del MIUR, con il rischio di disperdere anche quello che di buono aveva impostato Maria Chiara Carrozza, a partire dall’annuncio (anche questo, purtroppo, ancora a livello di intenzione, non di provvedimenti compiuti) del 2014 come “Anno del Ricercatore”.

Non resta, quindi, che lasciare degli spunti a Renzi, e ai suoi ministri, se l’incarico andrà a buon fine:

– Un piano straordinario di reclutamento di ricercatori universitari di “tipo B”, ovvero che possano diventare, dopo 3 anni e una procedura di verifica, professore associato. Questo provvedimento andrebbe accompagnato da

– Una semplificazione della riforma Gelmini, per esempio delle procedure di abilitazione e valutazione, facendo tesoro della pioggia di critiche sull’ANVUR, rendendo quest’ultima un’agenzia indipendente e agile, non il “tribunale speciale” del sistema universitario e della ricerca.

– Un equivalente piano straordinario di reclutamento di ricercatori per gli enti di ricerca: la restituzione al fondo degli enti di ricerca dei 40 milioni sottratti dal decreto mille-proroghe, in Parlamento in questi giorni, basterebbe da sola  a generare 800 nuovi posti a regime.

– Anche questo provvedimento andrebbe accompagnato da norme di “sburocratizzazione”, sganciando la ricerca dalla Funzione Pubblica attraverso una legge (semplice e snella) di stato giuridico per i ricercatori e tecnologi degli enti di ricerca. Questo permetterebbe innanzitutto di assumere davvero (altrimenti ogni piano straordinario si infrangerebbe sugli scogli di Corso Vittorio Emanuele) e – soprattutto – innescherebbe davvero l’interscambio di personale di ricerca tra gli enti, le università e le imprese, vera premessa per un sistema nazionale della ricerca, molto più efficace di burocratiche “cabine di regia” ministeriali o nuove agenzie foriere di nuovi centri di potere.

– L’implementazione del nuovo Piano Nazionale della Ricerca, coordinando davvero le risorse e gli attori dispersi nei tanti ministeri e – soprattutto – coinvolgendo in modo attivo la comunità scientifica, perseguendo in modo concreto le intenzioni annunciate da Carrozza in sede di presentazione del PNR.

– Una boccata di ossigeno in termini di risorse per la sopravvivenza delle scuole italiane: stiamo parlando dei fondi di istituto non tanto e non solo per la carta igienica, tanto citata e pure necessaria, ma soprattutto per i progetti didattici, per le supplenze, per i corsi di recupero dei nostri ragazzi.

– Questo, accompagnato da una stagione di regolarizzazione del reclutamento, tenendo conto dei reali costi già sostenuti per l’esercito di precari comunque necessari per sostenere il sistema scolastico.

Terminata la stagione delle “riforme a costo zero” del governo Monti, che nascondevano in realtà la continuazione e la “gestione” dei tagli della stagione Berlusconi-Tremonti-Gelmini, e le cure palliative del governo Letta, è necessario tornare ad investire in conoscenza, nella formazione dei nostri giovani, e nello sviluppo che passa inevitabilmente attraverso la ricerca e l’innovazione, altrimenti il prossimo sarà solo un nuovo ritratto nel Salone dei Ministri.

Foto del 13

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