Statali, contratti a tempo per i dirigenti e blocco dei premi per il 2014

Fonte: Il Messaggero

di Andrea Bassi e Luca Cifoni

L’ultima rilevazione, qualche giorno fa, l’ha fatta l’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione e per la trasparenza delle amministrazioni pubbliche, quella dove è stato appena nominato il magistrato anti-camorra Raffaele Cantone. Nella sua relazione sulle «performance» delle amministrazioni centrali ha osservato come praticamente il 90 per cento dei dirigenti pubblici incassi ogni anno il 100 per cento dei premi di risultato. Gli alti burocrati della macchina statale, insomma, non perdono un colpo.

Certo, secondo l’Anac molto dipende anche dagli obiettivi che devono raggiungere, che non sono proprio delle vette da scalare. Come per esempio l’obiettivo che si è dato il ministero della Difesa di risparmiare in un anno più dello zero per cento dei consumi elettrici. Ma la musica sta per cambiare. Una delle soluzioni sul tavolo del governo per ridurre il costo della dirigenza sarebbe quella di erogare i premi di risultato solo dopo un’attenta verifica da parte di un organismo esterno, per esempio la Corte dei Conti, e non solo con un’autocertificazione.

Comunque sia, si starebbe valutando la possibilità di bloccare per il 2014 l’erogazione per tutti i dirigenti dei premi di risultato in attesa di una riforma organica. Se il governo dovesse orientarsi in questo senso, potrebbe ottenere anche una più che discreta dote finanziaria da destinare al taglio dell’Irpef. Il costo totale dei dirigenti statali, come ha rivelato il sottosegretario Angelo Rughetti alla trasmissione televisiva «L’Aria che tira», sarebbe di circa 28 miliardi l’anno, e la parte variabile dello stipendio incide per il 10-15 per cento. In un colpo solo, insomma, si potrebbero recuperare 2,8 miliardi.

LE ALTRE MISURE
Non è l’unica novità che sarà contenuta nel pacchetto di riforma della dirigenza pubblica. Ci sarà anche altro. Come il ruolo unico senza più distinzione tra prima e seconda fascia, nessun limite agli esterni, e contratti triennali per i nuovi arrivati. Diventa insomma, sempre più chiaro l’impianto della riforma della dirigenza pubblica, capitolo fondamentale del più generale riassetto della pubblica amministrazione che dovrebbe diventare operativa ai primi di maggio. Alcune novità sono potenzialmente dirompenti. L’istituzione di un ruolo unico, operazione che era già stata tentata in passato, cancellerebbe di fatto l’attuale suddivisione in prima e seconda fascia: vorrebbe dire di fatto che qualunque dirigente, sulla carta potrebbe assumere ad esempio la guida di un Dipartimento. Ovviamente però questo non capiterà a tutti e dunque una volta eliminate le differenze di status si useranno delle percentuali di riferimento: il 10% degli incarichi dovrebbero essere apicali, il 60 destinato a mansioni meno elevate e il 30% ad incarichi di ingresso, una sorta di gradino iniziale.

Contemporaneamente potrebbe essere introdotta una differenziazione di altro tipo diverso, tra «manager» e «professional», ossia tra coloro che hanno la responsabilità di strutture risorse e chi svolge invece compiti più specialistici.

Ancora più rivoluzionaria potrebbe risultare la cancellazione degli attuali limiti per l’immissione di esterni. Il decreto legislativo 165 del 2001 prevede un tetto del 10% per i dirigenti di prima fascia e dell’8 per la seconda. Rimosso ogni vincolo le amministrazioni almeno in via teorica potrebbero ricorrere al 100% agli esterni: di fatto questo vuol dire accompagnare molti degli attuali dirigenti alla mobilità, mentre per i nuovi arrivati la regola sarebbero contratti a tempo, su base triennale. Dal punto di vista del governo questa impostazione dovrebbe servire a contrastare la presunta inamovibilità dei dirigenti, spesso lamentata dallo stesso Renzi.

Chi non apprezza lo schema teme invece una subordinazione della dirigenza al potere politico, che potrebbe scegliere e rimuovere a proprio piacimento gli interlocutori tecnici. Il modello paventato è quello dei segretari comunali, che vengono scelti attingendo ad un apposito albo. E non è un caso che oltre allo stesso premier Renzi anche il sottosegretario alla presidenza Del Rio, che sta seguendo questo come gli altri cruciali dossier, faccia riferimento nella sua azione alla propria esperienza di sindaco.

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