I ricercatori italiani emigrati all’estero guadagnano il doppio di chi resta a casa

Roma, 7 aprile 2014 – I ricercatori italiani che risiedono all’estero percepiscono un reddito netto doppio rispetto ai colleghi che restano a lavorare nella propria regione. Lo rivela l’Isfol, secondo cui i ‘cervelli’ che si spostano invece sul territorio nazionale hanno retribuzioni superiori del 13% di chi rimane ‘a casa’.

L’indagine sulla Mobilità geografica dei dottori di ricerca, relativa al 2012, mostra che i dottori di ricerca che vanno all’estero guadagnano in media circa 10mila euro in più rispetto ai dottori non mobili. Da notare anche che, in generale, “gli uomini presentano una retribuzione superiore alle donne del 19,6%”.

Lo studio, inoltre, registra che il tasso di occupazione di chi si è trasferito all’estero è del 95,4%, contro il 91,9% di chi risiede nella stessa regione e il 94,9% di chi si è spostato in un altro centro della penisola. L’88% dei dottori riferisce di essere molto o abbastanza soddisfatto del proprio lavoro ma tra chi è espatriato la soddisfazione arriva al 97%. Dalla ricerca emerge anche una premialità salariale legata all’anzianità lavorativa: coloro che svolgono il medesimo lavoro da prima del conseguimento del titolo hanno un reddito del 17% superiore a quanti hanno iniziato il lavoro svolto a conclusione del percorso dottorale.

Gli indirizzi che sembrerebbero generare retribuzioni più elevate – si legge nell’indagine – afferiscono alle scienze mediche, farmaceutiche e veterinarie (+7%); all’oppposto si collocano i dottori con studi umanistici e psicosicali (-16%). L’Isfol, però, fa notare che tra i dottori di ricerca emigrati prevalgono contratti di natura flessibile: il 30% ha contratti a tempo determinato e il 27% di collaborazione, mentre chi si è trasferito nel territorio italiano ha nel 52% dei casi contratti permanenti.

La conclusione dell’Isfol è che “il circolo virtuoso che si è creato nelle grandi realtà economiche tra innovazione e ricerca, utilizzo di tecnologie e domanda di lavoro qualificato, in Italia non ha assunto un profilo evidente. Il nostro Paese continua a caratterizzarsi per la scarsa efficienza allocativa del capitale umano anche conseguente alla mancanza di interventi sistemici sul fronte dell’innovazione e della ricerca che assumono un ruolo ancor più fondamentale in momenti di recessione economica. Facendo leva sulla cospicua quota di “talenti” di cui il nostro Paese dispone, si potrebbero innescare meccanismi per una crescita solida che a catena potrebbero produrre benefici in termini di qualità dell’occupazione anche per le persone con un minore investimento in capitale umano”.

Fonte: QN

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