La ricerca pubblica è in coma, ora arriva la riforma Renzi ma è guerra tra precari

Fonte: Pagina 99

09 giugno @ 17.52

Chiara Organtini

Pubblica amministrazione

Obiettivo cambiare Cnr e gli altri enti pubblici. “Vogliamo fare sul serio nel riordinare la ricerca pubblica” ha detto il presidente del consiglio presentando la riforma che arriva in Parlamento tra qualche giorno. Ma è un mondo in crisi profonda, senza soldi e senza speranza
A metà mese il consiglio dei ministri porterà in Parlamento la riforma della pubblica amministrazione che avrà anche l’obiettivo di riordinare gli enti di ricerca. “Vogliamo fare sul serio”, ha esordito Matteo Renzi, nel presentare la riforma. E, per come sembra impostarla il suo governo, vorrà essere soprattutto una rivoluzione copernicana. Dovrà far fronte ad almeno due degli annosi tormentoni italiani: il problema dell’efficienza e dello “svecchiamento” della burocrazia e la governance della ricerca pubblica, condotta dai ricercatori nella PA.

La ricerca pubblica rappresenta la quota nazionale più consistente di attività di ricerca e sviluppo. Parliamo di 22 enti pubblici di ricerca: una dozzina vigilati dal Miur e dieci da 7 ministeri, per un totale di 20mila ricercatori, di cui la metà precari, per lo più 35-45enni. Sono anni che ci provano ma, a parte le ingiurie inflitte ai “fannulloni” dall’ex ministro Renato Brunetta e la scure dei tagli del governo Monti – oltre ai blitz per chiudere enti come Isfol e Cra – , nessuno ha reso più efficiente l’amministrazione pubblica italiana. Né ha guarito la patologica penuria di risorse per la ricerca e l’implosione sul fronte occupazionale che ne consegue, né ha corretto la gestione labirintica e dispersiva dei fondi.

Gli stanziamenti per la ricerca sono sempre meno pubblici. Quelli che ci sono, spesi poco o male – si pensi alla riduzione da parte dell’Ue dei Fondi Europei a favore di Roma. Spesso il controllore dei denari spesi è lo stesso controllato, gli enti devono andare a cercare le risorse presso le regioni (Por) ma solo se c’è la compartecipazione di un’impresa, e la scarsità di questi stanziamenti è direttamente proporzionale ad un aumento dei precari.

Gli enti più grandi, come Cnr, Inea, Istat, Infn, Iss, Cra, Inaf, Ispra, Isfol, e anche i più piccoli Inea ed Iit hanno attratto 3 miliardi di finanziamenti totali (Corte dei Conti, 2011), tanto quanto era l’ammontare, indicizzato, dei finanziamenti nel 1986. Da allora fino al 1998, la spesa pubblica in ricerca è cresciuta, per poi scivolare su un piano inclinato. Come descrive un report dell’associazione italiana per la ricerca industriale (maggio): mentre gli Usa prevedevano di destinare a R&S 109 milioni di euro, il Giappone 35, la Germania 24, la Francia 15, il Regno Unito 11; l’Italia ne metteva in bilancio solo 8. E nel 2012-2013, l’incidenza degli investimenti in ricerca sulle spese della pubblica amministrazione, non si allinea neppure alla media Ue che spende l’1,4% contro, l’1,1% dell’Italia.

Per non parlare, poi, dell’incidenza sul Pil: 0,70% è la media europea contro lo 0,56 dell’Italia (Eurostat, maggio 2014). Nonostante il trattato di Lisbona ci obblighi all’obiettivo del 1,8% ed “Europa 2020” ci imponga una quota del 3% del Pil in R&S. Ma dal 2001 al 2010, l’unica ricerca che è cresciuta è quella delle imprese (dati Mef) che, grazie all’intervento statale sotto forma di sgravi fiscali e detrazioni, è arrivata a movimentare 10 miliardi di euro.

Intanto, dal 2007 (con la finanziaria Prodi), l’anno della stabilizzazione di massa per co.co.co, assegni di ricerca e atipici con cui lavoravano e continuano a lavorare i ricercatori degli enti pubblici di ricerca (epr), il numero dei precari è andato raddoppiando. Come si spiega? E soprattutto come farvi fronte? Si spiega perché l’encefalogramma dei fondi pubblici è piatto: la ricerca degli enti pubblici di ricerca, si sostenta più con i fondi privati che con quelli di Stato, che appunto coprono i progetti di ricerca dei precari. “Passo buona parte del mio tempo a cercare finanziamenti privati per pagare lo stipendio al mio unico supporto: una scienziata precaria” spiega Roberto Defez, primo ricercatore al Cnr di Napoli.

Così un ricercatore a termine, può lavorare solo se trova uno sponsor. Con il quale, il più delle volte, paga anche lo stipendio agli assegnisti di ricerca, i quali – grazie alla riforma dell’ex ministro dell’Istruzione Gelmini – risultano in formazione e per un massimo di quattro anni.
La ricerca negli enti pubblici di ricerca si nutre quindi dei precari: perché da loro riesce a ottenere più finanziamenti dall’esterno. A questo punto, perché cambiare?

La proposta di riordino del governo, alla voce “tagli agli sprechi nella pubblica amministrazione”, menziona gli enti pubblici di ricerca: si aggregano gli enti con funzioni simili e sopravvivono solo i centri di eccellenza. Parole d’ordine: meritocrazia e ringiovanimento. L’idea di Renzi e del ministro della Funzione pubblica Marianna Madia, è quella di creare un unico Cnr in cui far convergere gli enti “meritevoli”. Per intenderci, gli sprechi ci sono e vanno combattuti: l’istituto di Studi Germanici è un epr tenuto in piedi solo per salvaguardare un immobile ereditato da un gerarca fascista. O ancora, alcune ricerche in tema di agricoltura vengono svolte, senza che ce ne sia motivo, dal ministero delle politiche agricole, dall’Inea e dal Cnr: perché tre analisi, quando ne basterebbe una? Ecco, ben venga la mannaia sulle spese inutili, una vera valutazione della ricerca, una nuova governance, magari sotto la presidenza del Consiglio anziché i mille rivoli dei ministeri, sostengono gli stessi ricercatori. “Ho visto passare per le mani di un singolo dirigente ministeriale oltre 2 miliardi di euro di finanziamenti. E non deve stupire che alcuni ex dirigenti di banca ‘si offrano’ sul mercato, in cambio di un lauto 5%, per disporre rendiconti finanziari per ottenere finanziamenti Por o Pon da 1 milione di euro” denuncia Defez.

Ma il criterio di riorganizzazione brandito dal governo non è solo “caccia allo spreco”. Nella ricerca pubblica si entrerà solo per concorso, come dice la legge 125/2013, e mai più stabilizzazioni. E allora i 10mila precari che mandano avanti la baracca della ricerca da dieci anni?

Il ministro Madia, sebbene si sia fatta scippare dall’Expo (decreto casa) 25 milioni di euro dal fondo per le stabilizzazioni dei precari, sostiene di voler salvare tutti i 10mila, nel giro dei prossimi cinque anni, concedendo loro qualche punto di vantaggio al momento del concorso. Ma i numeri la smentiscono: i posti in palio, tra turnover e concorso sono circa 3000. E per ogni ricercatore che va in pensione devono esserci altrettanti posti in pianta organica, che però diversi enti – grazie all’attenta vigilanza dei ministeri – non hanno aggiornato.

Inutile dire, poi, che al concorso, l’esercito dei 10mila,
 poco potrà rispetto alle giovani leve: “sarà una guerra tra precari e si perderà un’intera generazione, quella dei 35-45enni” stigmatizza Claudio Argentini, ricercatore dell’Istituto Superiore di sanità e del sindacato Usb, che ha proposto al governo un piano per 10mila assunzioni dei precari, con quei fondi europei che l’Italia a volte non riesce a spendere. “Uno dei nodi – puntualizza Defez – è che se la ricerca pubblica si adegua ai “tempi di crisi” e si adagia sull’innovazione di processo anziché di prodotto, con cui si muove la R&S dell’impresa, allora tanto vale chiudere”.

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...