All’Università servono più risorse

Fonte: Il Sole 24 Ore

C’è molta e comprensibile attesa per il semestre italiano di presidenza europea che inizia tra qualche giorno. E non solo sul piano interno: la congiuntura economica, la situazione sociale, i risultati delle recenti elezioni per l’europarlamento, concorrono a concentrare sul nostro Paese attese e attenzioni rilevanti, anche in relazione alla figura del premier Matteo Renzi e al suo indiscutibile impatto su un sistema ingessato da decenni.

Sul fronte interno, egli si trova a dover affrontare una delicata quanto strategica sfida, quella di un'”operazione verità” che spieghi con coraggio ed onestà agli italiani come il risanamento sia operazione lunga, complessa e dolorosa: le riforme da lui avviate sono significative, ma il vero impegno sarà quello di tradurle in atti concreti e compatibili con la grave situazione economica.

Un’analoga operazione-verità gliela si può chiedere per quanto riguarda il rapporto università-Europa, proprio all’inizio del semestre che è chiamato a guidare. Anche qui bisogna dire, con molta trasparenza, che la presidenza italiana parte con pesanti handicap, e che non sarà né breve né semplice rimuoverli; motivo di più per affrontare da subito il cammino. I dati Eurostar certificano inequivocabilmente che il nostro sistema universitario è tra i fanalini di coda nella casa comune europea, nonostante i passi avanti oggettivamente compiuti. Siamo all’ultimo posto per numero di laureati, dietro perfino a Croazia e Malta; abbiamo rette tra le più alte, dietro solo a Inghilterra e Olanda, che peraltro erogano borse di studio in misura ben superiore alla nostra; questa è la conseguenza anche del drastico taglio di fondi statali verificatosi negli ultimi cinque anni, con la perdita di 1 miliardo di euro l’anno sui 7 di cui prima si disponeva.

Il dato più rilevante, e su cui occorre intervenire in modo sostanzioso, è tuttavia un altro: la spesa in ricerca e sviluppo, che risulta tra le più basse nelle economie dei Paesi sviluppati; deficit dovuto soprattutto agli investimenti privati, che risultano metà della media europea; ma sotto tale media è anche la quota pubblica. È chiaro che a minori risorse corrisponde un minor numero di ricercatori e un minor potenziale di innovazione. Poche risorse investite e pochi ricercatori si traducono inevitabilmente in una minor capacità di competere. E per finire, per quanto riguarda i fondi europei, non riusciamo a riprendere neppure quello che stanziamo. Ecco perché il semestre di guida italiana può e deve rappresentare un forte stimolo a invertire la rotta, sia pure con tutta la gradualità necessaria. Per quanto ci riguarda, l’Università di Padova pur nei pesanti limiti e vincoli di sistema, si sta impegnando nel fare la propria parte investendo decisamente sulla ricerca e sui giovani ricercatori; sforzo riconosciuto con le analisi Anvur, che assegnano a Padova il primo posto in Italia per qualità della ricerca.

Questo risultato viene ribadito e rilanciato proprio in chiave europea dalla scelta da parte del Governo del nostro Ateneo, assieme a quello di Trento, per ospitare nel corso del semestre due importanti eventi legati al rapporto tra università e ricerca. Per quanto riguarda Padova, punteremo sul rapporto tra formazione dottorale e sistema industriale, tema strategico per l’Italia, e in modo ancor più specifico per il Nordest, caratterizzato da un tessuto diffuso di piccola e media impresa.

Il Forum europeo del prossimo 20-21 novembre, che vedrà a Padova la partecipazione dei più qualificati esperti di tutta Europa, sarà dedicato alle tre i: international, intersectoral e interdisciplinary, che debbono caratterizzare il nuovo approccio ai dottorati di ricerca.
Rimettere il nostro sistema universitario sulla strada della crescita degli investimenti in conoscenza può rappresentare in definitiva un forte segno distintivo del ruolo dell’Italia in Europa: un fiore all’occhiello per il nostro semestre di presidenza.

L’autore è il Magnifico Rettore dell’Università degli studi di Padova

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