Dibattito su Università e Ricerca con la ministra Giannini

Ieri, 1 luglio 2014, sul Palco Dibattiti della Festa Democratica dell’Unità di Roma la titolare del MIUR, Stefania Giannini, ha accettato di parlare dei problemi di Università e Ricerca in un dibattito organizzato e moderato da Raffaella Petrilli, responsabile “Saperi, Università e Ricerca” del PD Roma, con Fabrizio Rufo, PD Sapienza,  Mario Ricciardi, di ROARS, e Paolo Valente (nella foto – da Facebook – con la ministra Giannini, Raffaella Petrilli e Fabrizio Rufo)

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10396275_10202897575215226_8747958905407255521_nRaffaella Petrilli ha introdotto il dibattito sottolineando un elemento che l’ha colpita nelle dichiarazioni della ministra, ovvero la volontà (sua e del Governo in generale) di riportare non solo la scuola, ma anche l’università e la ricerca al centro dell’agenda politica. Intenzione importante se si considera che dal 2000, anno in cui le statistiche indicavano un 66% di persone a rischio di analfabetismo e una percentuale di laureati molto inferiore alla media europea, la riduzione di investimento in istruzione, formazione superiore e ricerca è stata drammatica, in particolare con i tagli feroci dal 2008 in poi. Si tratta di un’emergenza che dal deficit di formazione, conduce a una riduzione della consapevolezza di tutti e, in ultima analisi, a una riduzione del tasso di democrazia del Paese. La domanda a Stefania Giannini è quindi come intenda nei fatti dare corpo a questo rilancio.

Stefania Giannini ha rivendicato un’azione del governo Renzi “garbatamente rivoluzionaria” proprio nel fatto di vedere l’istruzione, anche universitaria, come chiave dello sviluppo del Paese. Senza entrare nel dettaglio degli interventi, ma proponendosi di offrire piuttosto la propria visione, la Ministra ha innanzi tutto annunciato che il fondo ordinario delle università (FFO) non verrà diminuito né nel 2014 né nel 2015, con la prospettiva di farlo tornare a crescere negli anni successivi. Un secondo punto qualificante sarà quello del diritto allo studio. Un terzo aspetto è quello di dare un valore a livello internazionale della formazione superiore e universitaria italiana.

Per fare questo Giannini non ha nascosto la necessità di ottimizzare le risorse, per esempio utilizzando la specializzazione alla ricerca dell’eccellenza (non tutti possono fare tutto). La ministra ha anche sottolineato come l’imbuto creatosi nel reclutamento universitario (e negli enti di ricerca, NDR) introduca una forte distorsione, impedendo di fatto l’accesso ai giovani per molti anni.

A proposito di valutazione, Mario Ricciardi ha ricordato come l’esperienza di ROARS, nel suo caso nata dall’esperienza della critica da parte del mondo accademico britannico dell’esercizio di valutazione messo in atto nel Regno Unito (RAE), sia nata dalla mancanza di riflessione sui temi della valutazione in Italia, e – invece – a un uso ideologico e in un’ottica emergenziale fatto da un’agenzia, l’ANVUR, che si è progressivamente chiusa al dialogo con la comunità scientifica e che ha a volte assunto ruoli di policy e non di terzo imparziale e che ha ingabbiato l’Università in una rete di regole soffocanti.

L’invito al Ministero, dunque, è quello di riappropriarsi della propria funzione di indirizzo e di controllo, indicando in modo chiaro quale sia la sua visione del sistema della formazione nel nostro Paese.

La risposta di Giannini è stata una riflessione, senza entrare nei tecnicismi che il tema spesso comporta, sulla necessità di avere una valutazione che consenta agli atenei (e auspicabilmente agli enti di ricerca, NDR) di ottenere un’autonomia ampia ma responsabile, cioè soggetta al controllo della qualità della didattica e della ricerca prodotta, correggendo alcuni aspetti davvero poco comprensibili e illogici, a partire da una revisione dell’attuale abilitazione scientifica nazionale in un sistema più snello, “a sportello”, che consenta alla commissione nazionale di giudicare di volta in volta chi abbia i requisiti per essere valutato.

L’intervento di Fabrizio Rufo ha assunto i toni di un appello accorato. Con tre temi principali: il primo quello di riportare le politiche dell’università nel Ministero, al di fuori delle logiche che hanno portato al varo della legge 240 – senza dimenticare chi quella riforma ha voluto (certi ambienti accademici, in particolare di università private), avallato (Confindustria) o non contrastato (CRUI). Il secondo, quello di porre rimedio a una situazione delle risorse divenuta drammatica, pena la definitiva distruzione dell’Università pubblica per come la conosciamo. Il terzo, quello di riportare la democrazia all’interno di Atenei sempre più verticistici e gestiti secondo logiche aziendali.

La risposta della Ministra è stata in assonanza per quanto riguarda il tema della centralità del MIUR e della necessità di reperire risorse: non è accettabile che un ministero così strategico sia, di fatto, commissionato dal Ministero dell’Economia e Finanze. Meno d’accordo invece sul tema della democrazia, ma piuttosto indicando la necessità che i ruoli di Rettore e Direttore Generale siano ben distinti e collaborativi, nei rispettivi ambiti.

Raffaella Petrilli ha quindi introdotto Paolo Valente. In particolare ha ricordato come recentemente mi sono fatto promotore di un appello al Governo, al premier e alla stessa ministra Giannini, rispetto alla necessità di dare attenzione alla comunità scientifica in merito all’organizzazione della ricerca e ai meccanismi della sua governance, prima di mettere in campo l’ennesima riforma del sistema. Ho citato il recente ciclo di audizioni di tutti gli enti di ricerca ma anche di varie associazioni, organizzazioni sindacali e istanze della comunità scientifica, su iniziativa della VII Commissione del Senato, come seme di un ampio dibattito pubblico.

Il problema fondamentale degli enti pubblici di ricerca è ben rappresentato dall’incertezza di chi dovesse assumere l’iniziativa (tra titolare del MIUR e quella del ministero della PA), essendo i ricercatori inquadrati con il resto del pubblico impiego, alla stregua degli impiegati ministeriali. A differenza delle università, infatti, gli enti di ricerca che, nell’architettura immaginata un quarto di secolo fa da Antonio Ruberti (visione moderna e mai davvero messa in atto fino in fondo, come ricordato dalla stessa Giannini) dovevano essere il secondo pilastro del sistema, sono progressivamente scivolati nel gorgo della burocratizzazione. Prima ancora dei problemi comuni con le università, ovvero la difficoltà a reclutare i giovani più validi e la progressiva erosione delle risorse, il problema è la crescente difficoltà ad assolvere i propri compiti con le chiavi che si potrebbero utilizzare (e in alcuni casi ancora permettono di raggiungere risultati di eccellenza): internazionalizzazione, simbiosi con l’Università, capacità di gestire infrastrutture di ricerca, distribuzione sul territorio nazionale e legami con il territorio e le imprese, autonomia e partecipazione dei ricercatori.

Ho ricordato come la prospettiva di una nuova riforma sarebbe catastrofica, non avendo ancora assorbito gli effetti del riordino di fine 2009 (come certificato dalla Corte dei Conti, molti regolamenti ancora non sono stati approvati dai ministeri competenti). Ancora più incomprensibile sarebbe l’accorpamento di enti di ricerca, mentre quello che sarebbe necessario sarebbe piuttosto chiarire la vocazione e valorizzare le professionalità  in enti (non vigilati dal MIUR) come l’ENEA, abbandonato a un commissariamento pluriennale.

La risposta della ministra Giannini è stata chiara e incoraggiante, almeno nelle intenzioni:

– il riordino degli enti di ricerca non è avvenuto perché non c’è la volontà del Governo di stravolgere il sistema, meno che mai con un provvedimento d’urgenza, come testimoniata dal fatto che non sono entrati nel decreto legge sulla pubblica amministrazione

– la priorità è proprio quella di scorporare il settore ricerca dalla Pubblica Amministrazione, e la Ministra ha già avviato un dialogo con i presidenti degli enti e quindi, in cascata, si avvierà il dibattito con tutto il mondo della ricerca

– il secondo importante intervento è quello di un piano di reclutamento straordinario di ricercatori, sia nell’università sia negli enti di ricerca, per permettere di immettere 6000 unità all’anno. Naturalmente occorrerà uno sforzo per reperire le risorse necessarie, valutate dell’ordine di 120-130 milioni di euro all’anno.

Il tempo a disposizione della ministra Giannini si è esaurito velocemente, come interventi dal pubblico è stato possibile solo dare voce a un rappresentante del CNSU che ha ricordato alla Ministra i temi del diritto allo studio e dell’integrazione degli studenti del bacino del Mediterraneo.

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