Ricerca, ora Renzi deve dare risposte

Per rilanciare università e ricerca pubbliche in Italia ed evitarne il collasso non servono miracoli. In questo momento servono programmazione e finanziamenti congrui

Ricerca, ora Renzi deve dare risposte

Gentile presidente,
i tagli lineari e sempre più devastanti inflitti dagli ultimi governi hanno prodotto una sanguinolenta macelleria dell’istruzione e della ricerca pubbliche in Italia, e gli effetti sono devastanti. La ricerca è stata depressa dalla totale sparizione dei fondi ministeriali, mentre atenei ed enti di ricerca sono stati colpiti a morte dalla riduzione dei fondi di finanziamento ordinario, dalla cancellazione di molti corsi di dottorato, dall’aumento delle tasse universitarie, dal blocco del turnover e dal relativo calo delle assunzioni. Si tratta di conseguenze deleterie per lo sviluppo sociale, economico e culturale del paese, una situazione ideale per la sceneggiatura di un film catastrofico.

Per quanto riguarda il crescente definanziamento della ricerca pubblica, il caso paradigmatico è quello dei progetti di ricerca di interesse nazionale (Prin). I Prin vennero istituiti nel 1996 dal governo Prodi e da allora hanno rappresentato la principale fonte di finanziamento per la ricerca pubblica. Da un budget di 137 milioni di euro destinati nel 2003 alle 14 aeree disciplinari (il record assoluto), dopo nove anni, grazie alla spending review del governo Monti, si è arrivati al minimo storico di 38 milioni di euro. Un’elemosina e un insulto alla dignità e alla professionalità di migliaia di ricercatori che nei casi più fortunati hanno racimolato solo inutili briciole.

Ma non è tutto. Il governo Letta, infatti, con il silenzio del Ministro Carrozza, invece di porre rimedio a tale scempio, ha addirittura avuto il coraggio di cancellare il bando Prin 2013 e i pochi fondi residui sono stati destinati al bando “Futuro in ricerca” dedicato ai “giovani” di età non superiore a 40 anni. Garantire un futuro e delle possibilità ai giovani ricercatori meritevoli è doveroso, ma che fare degli altri? Abbandonarli significa far fallire ricerche produttive che vanno avanti da anni: un danno gravissimo per tutto il paese.

Eppure, proprio Enrico Letta solo pochi anni fa, sollecitato da una lettera di centinaia di ricercatori italiani, aveva dichiarato che «la ricerca è la fonte dello sviluppo economico e sociale di un paese» e che «difendere e rilanciare la ricerca in Italia significa preparare il terreno per un futuro migliore, per noi stessi e per i nostri figli». Le solite belle parole di circostanza che ricorrono nelle campagne elettorali, alle quali poi non seguono mai fatti concreti. Infatti, alla resa dei conti, istruzione e ricerca sono da sempre delle categorie neglette e il terreno a cui si riferiva Letta è ormai ridotto a melma putrida che sta sommergendo noi e i nostri figli. E tutto questo malgrado i numerosi appelli lanciati negli anni alla politica dalla comunità scientifica e da vari premi Nobel come Renato Dulbecco, Rita levi Montalcini e Mario Capecchi.

Esistono dei rimedi per superare questa situazione di degrado? Nel 1848, un certo Victor Hugo sosteneva che la crisi si deve combattere aumentando i fondi alla cultura e non tagliandoli: questa è la ricetta. Non a caso, negli ultimi anni, malgrado la crisi economica, Barak Obama ha incentivato i finanziamenti a ricerca e sviluppo negli Stati Uniti e il budget del National Institutes of Health (NIH), la principale agenzia del Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti che finanzia vari settori della ricerca, è passato dai 28 miliardi di dollari del 2008 ai 32 del 2013. Cifre da capogiro.

Per rilanciare università e ricerca pubbliche in Italia ed evitarne il collasso non servono miracoli. In questo momento servono programmazione e finanziamenti congrui per incentivare soprattutto la ricerca di base, da sempre il vero motore del progresso scientifico e tecnologico e per sbloccare il turnover negli atenei e nei centri di ricerca, ripristinando un livello fisiologico di reclutamento e progressione delle carriere. Le risorse adeguate si possono reperire tagliando le numerose super-pensioni, gli stipendi e le liquidazioni dei manager, oppure rinunciando anche solo a quattro dei novanta aerei militari F35 (circa 400 milioni di euro). Ma basterebbe anche tagliare i costi della politica. Infatti, tra costi diretti e indiretti, per il mantenimento dei propri organi legislativi ed esecutivi e della rete diplomatica, l’Italia spende circa 24 miliardi all’anno, il 2,5% del Pil, l’1% più di Francia, Germania e Gran Bretagna.

Nel frattempo, caro Renzi, il suo governo potrebbe fare un bel regalo a migliaia di ricercatori giovani e vecchi ed avviare finalmente il bando Ride (Ricerca italiana di eccellenza), che secondo il Piano nazionale della ricerca redatto da Maria Chiara Carrozza avrebbe dovuto sostituire il Prin, stanziando stavolta un budget degno di questo nome: dai Matteo, facce Ride!

Ma anche i migliori interventi servirebbero a poco, se per identificare il merito e assegnare le risorse si continuassero a usare il sistema bibliometrico nostrano e strettamente quantitativo introdotto dall’Agenzia nazionale di valutazione di università e ricerca (Anvur), la cui applicazione ha finora generato risultati anomali e contraddittori e numerose critiche.

È a dir poco preoccupante che un’attività importante e delicata come la valutazione della ricerca e della didattica venga ridotta a un mero esercizio automatico fatto di indici, fattori, formule, algoritmi, correttivi, dividendi e moltiplicandi, ben lungi dall’essere indicatori di qualità.
Costringere i docenti a cimentarsi con selve intricate di regole che hanno poco a che fare con il buon senso e la cultura, piegarli a un uso perverso della numerologia significa solo allontanarli dalle loro vere e principali attività: l’insegnamento e la ricerca. È quindi necessario rivedere il ruolo dell’Anvur, per arrivare a un sistema di valutazione serio e affidabile di ricercatori e ricerca e non meramente bibliometrico, un sistema che sia in linea con le modalità riconosciute a livello internazionale, basato su qualità, etica e responsabilità.

Caro Renzi, se la classe politica e dirigente del nostro paese continuerà solo a sbandierare proclami virtuali e rimarrà sorda ai veri bisogni della cultura, allora istruzione e ricerca pubbliche soccomberanno e il degrado del paese sarà irreversibile. A nome della comunità dei ricercatori, la invito a prendere atto della gravità della situazione e a intervenire una volta per tutte, stabilendo un confronto costruttivo con la categoria dei docenti e dei ricercatori, allo scopo di attuare provvedimenti urgenti e finalmente risolutivi.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...