“Il governo cambi quella legge, così torneranno i cervelli in fuga”

Fonte: repubblica.it

di ELENA CATTANEO *

LE PAROLE “giovani ricercatori da sostenere” e, possibilmente, impedirne la fuga formano forse l’affermazione più ricorrente e condivisa dalle forze politiche di questo Paese. Sarebbe quindi culturalmente interessante capire una recente dissonanza.

Una dissonanza che ha spinto il governo prima, e la Camera poi, a introdurre e ratificare il comma presente nella legge di Stabilità, ora giunta al Senato, volto a cancellare la norma che impone per gli atenei con una percentuale di professori ordinari superiore al 30% del totale, la stipula di un numero di contratti a favore di ricercatori a tempo determinato di tipo B (quelli che verrebbero poi valutati per eventuali progressioni di carriera) pari al numero dei professori ordinari reclutati nel medesimo periodo. Lunedì su Repubblica. it un ricercatore denunciava proprio l’effetto diabolico del comma 29 dell’articolo 28 (oggi comma 98 dell’articolo 2) della legge di Stabilità. Sono d’accordo con lui.

La lettera del ricercatore al Capo dello Stato

Oggi, come in passato, un laureato  –  ad esempio in discipline biomediche  –  che si affacci al mondo della ricerca affronta un anno o due di borsa di studio, poi 3 anni di dottorato di ricerca con uno stipendio sempre di circa mille euro mensili. Segue un periodo che può variare tra i 6 e i 10 anni di “postdoc” e/o di assegnista di ricerca a circa 1.400 euro al mese (magari maggiore in quei laboratori che ottengono fondi nelle competizioni internazionali). In quegli anni alcuni si separano da tutto, vanno all’estero, sperando magari di tornare a ricercare nel proprio Paese. Perché è bello farlo. Continuano a studiare e lavorare su cose che nessuno conosce, per capire e curare malattie, alle frontiere della conoscenza, sempre sull’orlo del fallimento scientifico. Accumulano competenze e se a un certo punto ambiscono a concorrere per un contratto triennale come ricercatore a tempo determinato, il loro curriculum vitae rischia pure di trovarsi oggetto (fortunatamente non sempre) delle manovre dei soliti pseudo baronetti di cui le università non riescono ancora a liberarsi e che si insediano nelle commissioni dei loro allievi (o fanno insediare i loro accoliti) che guarda caso vincono sempre, anche a costo di disgustose acrobazie nelle maglie della legge.

Eugenio Mazzarella risponde al ricercatore

Nelle università italiane c’è bisogno di qualità. Questa la si ottiene lavorando sulla credibilità delle procedure e favorendo le progressioni di carriera dei ricercatori e dei professori più competenti (e sempre eticamente integri) ma anche pescando da un bacino di giovani, intellettualmente ambiziosi e culturalmente onesti, per i quali la vincita di un contratto di ricercatore a tempo determinato di tipo B è il possibile trampolino di lancio per la carriera universitaria. I contratti come ricercatore a tempo determinato possono essere di due tipi: il tipo A è un reclutamento non finalizzato alla progressione di carriera; il tipo B è invece un contratto al termine del quale i titolari possono essere inquadrati come professori associati.
I rettori lamentano (comprensibilmente) di non avere risorse economiche e amministrative (i punti organico) per le progressioni di carriera  –  soprattutto ora con i tanti abilitati  –  e per i ricercatori di tipo B. È chiaro. Mancano risorse.

Ma di fatto a quattro anni dall’approvazione della legge che istituiva i ricercatori a tempo determinato, in molti atenei il rapporto tra quelli di tipo A e quelli di tipo B è di 10 a 1. Segno che le risorse disponibili non sono state quasi mai utilizzate per investire nel futuro. Se non corretta, la disposizione della legge di Stabilità rafforzerà tale direzione. Questo nonostante il vincolo originale, a favore dei giovani ricercatori, riguardasse le sole università con già molti ordinari. Figure non meno importanti dei giovani da sostenere. A patto che siano sempre produttivi sotto il profilo scientifico e didattico, e attivi nel reperimento e nella gestione dei finanziamenti oltre che di riferimento istituzionale per tutti gli studenti. La Conferenza dei Rettori dovrebbe intervenire per chiedere un dispositivo di legge che tenga conto dei più giovani. In gioco c’è la credibilità, da accrescere, dell’Accademia.
*Senatrice a vita

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