Ricerca italiana, nessuna alternativa al precariato

Nessuna alternativa al precariato. Lo sanno bene i ricercatori italiani, a migliaia ingolfati in un imbuto dal collo sempre più stretto, quello delle carriere universitarie che faticano a decollare in maniera strutturata. Meno del 10% dei giovani professionisti della ricerca, probabilmente, riuscirà a stabilizzare la propria posizione nei prossimi anni, molti di più coloro che resteranno «fuori dal sistema», scegliendo l’estero o altre professioni per l’avanzamento delle proprie carriere.

A rivelarlo, lo studio «Ricercarsi: Indagine sui percorsi di vita e lavoro nel precariato universitario» curato dai ricercatori Emanuele Toscano e Orazio Giancola, in collaborazione con la FLC-CGIL del Trentino. Un lavoro tutt’ora in evoluzione che ha visto passare in rassegna 1.864 vite da precari, analizzandone ambizioni, difficoltà quotidiane, percorsi precedenti. «Una popolazione difficile, quasi magmatica in cui si passa dagli assegnisti ai post doc, dai tempi determinati ai co.co.pro o a chi lavora con collaborazioni occasionali o a partita iva – spiega Giancola, che precisa: negli ultimi anni, a partire dalle riforme Moratti e Gelmini il cambiamento è stato epocale, la figura del ricercatore a tempo indeterminato è stata praticamente soppressa, tanto che dal 2008 a oggi si sono perse oltre 4mila unità». Crollo a cui si accompagna un drammatico aumento dell’instabilità contrattuale, almeno fino ai 37 – 38 anni.

I ricercatori intervistati (tutti per lo più afferenti a grandi università del centro e del nord Italia) affermano di essere passati negli ultimi anni per circa 6 contratti diversi, arrivando nel 10% dei casi a collezionarne addirittura tra i 13 e i 30, con uno scoramento più che prevedibile per la propria condizione. Il 62% dei ricercatori, infatti, è decisamente poco soddisfatto del proprio impiego e l’84% è convinto che il proprio rendimento possa essere influenzato dall’instabilità contrattuale. «La maggior parte di loro fatica a dare continuità al lavoro di ricerca, segnala di avere difficoltà a reperire i fondi e, in tutto ciò, rientra in un meccanismo perverso di sfruttamento e auto-sfruttamento, molto preoccupante per il futuro» – precisa Toscano. Tantissimi, infatti, dichiarano di lavorare di notte o nei weekend, fenomeno da cui risultano particolarmente viziate le aree di medicina e giurisprudenza, specie tra i parasubordinati e tra gli assegnisti. Condizioni che portano il 53% dei ricercatori ad ammettere di avere una grave difficoltà nell’immaginare il proprio futuro da qui ai prossimi dieci anni.

«L’assenza di prospettive è totale e va di pari passo con quanti, confidano di considerare molto probabile la possibilità di lasciare l’Italia per lavorare all’estero in abito accademico, come rilevato tra il 60% dei dottorandi, ad esempio» – ribadisce lo studioso.
Dopotutto, già oggi, il 16% degli intervistati ha abbandonato le aule universitarie, annoverando tra le cause principali della rinuncia il mancato rinnovo del nuovo contratto, l’impossibilità di crescita professionale (specie per gli uomini) e le difficili condizioni economiche della famiglia di origine. I guadagni, infatti, restano magri: in media tra i 10 e i 20mila euro annui, con le donne e i parasubordinati che affermano di guadagnare anche meno di 10mila euro.

Fonte: Corriere della sera, FLC-CGIL Ricerca italiana, universo precario | La nuvola del lavoro, http://www.flcgil.it/attualita/ricercarsi-infografica-indagine-sui-percorsi-di-vita-e-lavoro-nel-precariato-universitario.flc

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