Ecco il programma nazionale della ricerca da 6,2 miliardi entro il 2017

Fonte: Sanità 24

di Eugenio Bruno

La lunga attesa sul Pnr 2015/2020 sta per finire. Il programma nazionale con le linee guida per rafforzare la ricerca pubblica e aiutare quella privata a innovare dovrebbe essere oggi sul tavolo di palazzo Chigi. Per un primo giro di tavolo politico. A cui dovrebbe seguire, a breve (si parla di venerdì 24 luglio, ndr), l’approvazione tecnica da parte del Cipe. Si tratta di un documento molto atteso. Sia perché lo si aspetta da oltre un anno e mezzo, sia perché mobilita risorse ingenti. Specie per un paese come il nostro che spende in R&S meno della metà (1,26% sul Pil) rispetto al target Ue del 3% entro il decennio.
A differenza delle bozze precedenti (su cui si veda Il Sole 24 Ore del 4 giugno) la versione finale del provvedimento rivede infatti al rialzo i fondi a disposizione per il triennio 2015-2017. Dai 5,8 miliardi fissati in precedenza si sale a oltre 6,2 grazie a una tranche più cospicua del Fondo sviluppo e coesione (Fsc). Una cifra che merita più di una precisazione. La prima riguarda la dote di partenza, vale a dire i 2,4 miliardi che il Miur conta di stanziare attraverso i “contenitori” di cui ha, in tutto o in parte, la gestione: dai 69 milioni del Fisr ai 339 di parte discrezionale del Foe, dai 652 del Ffo ai 182 di Far/First, fino ai 698 del Pon competività e ai 500 del Fsc. Allargando lo sguardo al 2020 la dote di competenza di viale Trastevere sale a 7,1 miliardi.
Qui subentrano le altre poste in gioco di derivazione europea. Includendo nel computo i 400 milioni provenienti dai Por regionali e i 3 miliardi che si spera di ottenere dal programma quadro Horizon 2020 portando dall’8% attuale al 10% la quota di risorse comunitarie che l’Italia riuscirà ad aggiudicarsi, ecco che si arriva ai 6,2 miliardi di risorse pubbliche immesse nel sistema della ricerca da qui al 2017. Con l’obiettivo esplicito di arrivare a 16,5 miliardi entro la fine del triennio.
In realtà, la “massa critica” complessiva rischia di essere ancora più ampia. Da un lato perché nel computo non rientrano gli 8 miliardi destinati al finanziamento istituzionale di università ed enti di ricerca attraverso la parte più consistente di Ffo e Foe; dall’altro per l’effetto moltiplicatore che gli investimenti pubblici genereranno in quelli privati. Del resto, i quasi tutti i bandi che seguiranno all’emanazione del Pnr, a cominciare dai primi che sono attesi tra ottobre e novembre, il rapporto fra risorse pubbliche e private sarà di 50 e 50. Tranne che negli investimenti dedicati alle infrastrutture di ricerca, per loro natura di competenza prettamente pubblica.
Il rapporto con le imprese torna anche nelle finalità complessive del piano. Fermo restando la durata (fino a fine decennio) e le 12 aree di specializzazione (Aerospazio; Agrifood; Cultural Heritage; Blue growth; Chimica verde; Design,creatività e Made in Italy; Energia; Fabbrica intelligente; Mobilità sostenibile; Salute; Smart, Secure and Inclusive Communities; Tecnologie per gli Ambienti di Vita) mutuate da H2020, il Pnr individua sei programmi da finanziare. A loro volta articolati in diversi interventi, ognuno con un budget preventivato. Ebbene, all’azione «cooperazione pubblico-privato e ricerca industriale» il Miur conta di destinare il 22% delle risorse di sua competenza (547 milioni nel triennio). Solo il rafforzamento del capitale umano si aggiudicherà una quota più ampia di fondi: 1 miliardo, pari al 45% delle risorse mobilitate del triennio. E non è un caso visto che proprio la limitata presenza di ricercatori, soprattutto nelle imprese, è uno dei punti di debolezza dichiarati del sistema Italia. Come la ministra Stefania Giannini ha ricordato più volte e come il Programma nazionale mette nero su bianco.

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