Ora tocca alla Buona università

Atenei trasformati in fondazioni, si apre al Jobs act
 di Alessandra Ricciardi 

Dopo aver (quasi) portato a casa la riforma della scuola, tra Palazzo Chigi e viale Trastevere stanno iniziando le grandi manovre per la riforma dell’università. Visto il protrarsi dei tempi di approvazione della Buona scuola, che la prossima settimana sarà licenziata dalla camera, ormai però si andrà a dopo l’estate, probabilmente a ottobre.

Un primo incontro tra il ministro dell’istruzione e università, Stefania Giannini, le parlamentari renziane Rosa Maria Di Giorgi, Manuela Ghizzoni e Francesca Puglisi, che ha anche l’incarico di responsabile del settore nella segreteria del Pd, con i rettori si è già tenuto lo scorso febbraio. Poi il tormentone della scuola ha messo tutto a tacere. Ora l’intenzione è di riprendere in mano il dossier, per presentarlo al premier, Matteo Renzi, a settembre.

Tra i capitoli più scottanti, la trasformazione delle università in fondazioni, operazione che consentirebbe di uscire dal perimetro del diritto di lavoro pubblico consentendo così la piena applicazione del Jobs act a ricercatori e docenti. E poi una riforma della governance degli atenei, per rendere più snello e meno burocratico il sistema di gestione. Per non parlare delle forti differenze territoriali, dei problemi della qualità dell’offerta formativa, dell’orientamento degli studenti e del collegamento con il mondo scolastico prima e quello del lavoro dopo. L’ultimo report del Miur rileva che gli iscritti continuano a calare e che dopo il primo anno di iscrizione solo il 75% degli studenti conferma la scelta fatta. Un dato che la dice lunga sulla qualità media delle università. Insomma, dal reclutamento dei docenti alla programmazione dei corsi di laurea, il lavoro da fare è ciclopico.

Il premier, secondo i rumors raccolti da ItaliaOggi, non ha ancora dato direttive sulla portata della riforma che vuole mettere in campo, piccoli aggiustamenti o invece una riscrittura complessiva del sistema che conta una delle lobby più forti nel paese e anche in parlamento. Ieri, intervenendo all’assemblea del Consiglio Universitario Nazionale, il sottosegretario all’istruzione, Davide Faraone, diceva: «Non servono grandi riforme, ma molte cose possono essere migliorate. Serve un piano d’investimenti, lo sappiamo, ma serve anche un atto di coraggio da parte del mondo universitario stesso per fare proposte che volino alto. Il panorama universitario italiano è molto vario, diverso per funzioni ed esiti a seconda dei contesti e delle storie», analizzava Faraone, «necessario da una parte favorire quegli atenei che possono competere a livello internazionale, per dare ali al sistema paese nella sfida globale che si gioca sulla qualità dell’innovazione e sulla conoscenza, dall’altra supportare gli altri che sembrano più indietro in alcuni ambiti ma svolgono una fondamentale funzione sociale… Oggi iniziamo un percorso e uno scambio comune periodico, entrando nel merito delle singole questioni con coraggio, determinazione e chiarezza».

L’iter che dovrà portare al disegno di legge prevede una consultazione, alla stregua di quanto avvenuto con la Buona scuola, a partire dagli organismi rappresentativi delle università.

Ma che si tratti di una piccola o grande riforma è presto per dirlo. Saranno probabilmente decisive le vicende politiche ed economiche d’autunno, tra legge di stabilità e riforma costituzionale si capirà se il governo ha davanti un anno o due di legislatura. Nel caso in cui si dovessero concretizzare le condizioni per andare al voto nella seconda metà del 2016, mettere mano in modo radicale all’università sarebbe un masochistico bagno di sangue.

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