Ricerca, l’Italia è ancora nella top 10. Ma perde talenti

Lo rivela il cosiddetto H Index, l’indicatore che misura la produttività della ricerca con fattori come numero di pubblicazioni e citazioni ricevute: secondo la classifica della portale di indicatori SCImago Journal & Country Rank, il nostro paese registra un valore di 713 che la conserva nella top 10 mondiale davanti a “concorrenti” come Australia (644) e le stesse Svezia e Danimarca (614 e 518). Insomma: pochi fondi e risultati brillanti? L’equazione non è così semplice. E presenta più rischi che buoni segnali.

I rischi del sotto-investimento
Diversi criticano lo stesso H Index, contestato per alcuni limiti come l’incapacità di cogliere le differenze tra settori disciplinari o la parzialità delle classifiche che se ne possono ricavare. Ma quello che emerge, in ogni caso, è che la ricerca italiana riesca a mantenere standard di qualità e quantità elevati a fronte di finanziamenti ridotti. Un dato positivo a prima vista, ma allarmante in prospettiva se si considerano i rischi sulla tenuta stessa del sistema e la sua – già debole – capacità di influire sull’ecosistema economico. In primo luogo, la carenza di investimenti è una delle molle all’ormai celebre “fuga” di italiani all’estero. Proprio negli ultimi giorni una rielaborazione della Camera di Commercio di Monza e Brianza ha stimato il trasferimento fuori dall’Italia di 45mila under 40, una cifra pari a un aumento del 34,3% in più nel giro di due anni e corrispondente alla metà dei 90mila registrati dall’intera indagine. (Italiani all’estero: +34,3%. La metà ha meno di 40 anni)
Non si parla sempre di addii o trasferimenti per necessità, ma la quota di “foreign professionals” inclusa nel fenomeno testimonia che sono soprattutto le risorse qualificate ad abbandonare il Paese. Ricercatori in testa: «E questo è un disastro. Significa che formiamo bene gli studenti grazie a una scuola secondaria molto forte e a università di eccellenza, ma il sistema non è in grado di investire su professionalità con un certo grado di qualifiche. La ricerca di qualità viene fatta, sì, ma spesso all’estero» evidenzia Fabio Sdogati, ordinario di Economia internazionale al Politecnico di Milano.

In Italia 5 ricercatori ogni 1000 persone impiegate
Una conferma arriva dal rapporto tra spesa in R&S rispetto al Pil e numero di ricercatori ogni 1000 occupati. Come mostra bene il grafico dell’Ocse che riportiamo in allegato, più crescono gli investimenti sulla ricerca e più aumentano i ricercatori attivi nei singoli paesi. In Italia, dove si destina alla R&S poco più dell’1% del Pil, si contano circa 5 ricercatori ogni 1000 persone impiegate. In Francia e Germania, dove gli investimenti sono superiori al 2%, il rapporto sale a 8,5 su 1000, fino ai 13 su 1000 della Svezia e i 14 su 1000 della Danimarca (in entrambi i paesi, come vista sopra, la spesa in ricerca viaggia sul 3%). Anche senza confronti internazionali, basta la foto scattata dall’ultima sessione di finanziamenti dell’Erc (European Research Council): gli italiani si sono aggiudicati 31 grant, il secondo risultato in assoluto, ma quasi la metà ha scelto la via dell’estero.

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