Ricerca senza fondi, Gruppo 2003: «Superare lo stallo con un’Agenzia indipendente»

Fonte: Sanità 24

di Barbara Gobbi e Rosanna Magnano

Superare lo stallo storico della ricerca made in Italy, gravemente sottofinanziata ormai da anni, varando un’Agenzia italiana per la Ricerca scientifica (Airs) direttamente collegata con la Presidenza del Consiglio, con il compito di riassumere in una sola sede tutte le risorse destinate da parte dei vari ministeri, di trovare il giusto equilibrio tra ricerca fondamentale e applicata e di raccordarsi con i laboratori Ue sulla base di input chiari del Governo sulle priorità da perseguire. I modelli non mancano, dalla Gran Bretagna alla Francia, dalla Germania alla Spagna, dove i fondi competitivi vengono gestiti da apposite agenzie, cui spetta valutare e finanziare i progetti migliori. È questa la proposta chiave che il «Gruppo 2003» per la ricerca scientifica, che raccoglie gli scienziati italiani più citati al mondo, ha lanciato questa mattina al Cnr di Roma nel corso del convegno su «Il futuro della ricerca in Italia: una riforma indispensabile».

«In Italia non esiste un’Agenzia di questo genere – spiegano gli scienziati – indipendente dal Ministero, che possa gestire un budget per finanziare la ricerca competitiva con valutazioni ex ante».

In Italia ricerca gravemente sottofinanziata con una spesa di 20 mld
In Italia la spesa complessiva per la ricerca oscilla mediamente fra i 19 e i 20 miliardi di euro, in discesa costante dal 2010, con un rapprto sul Pil fra i peggiori in Europa, dopo Portogallo, Grecia, paesi dell’Est. Briciole, insomma, in confronto ad altri Partner comunitari, come la Francia, che investe 48 miliardi di euro l’anno o la Gran Bretagna che ne spende circa 31. Fondi scarsi e mal distribuiti: gli strumenti di finanziamento sono infatti per il 90% a pioggia e non considerano il merito. Non sorprende quindi che il quadro italiano tratteggiato nel report su «I numeri della ricerca in Italia» presentati da Luca Carra, Scienzainrete, resti a tinte fosche. Il sottofinanziamento è ormai «cronico» e l’intero settore della ricerca pubblica è «ai limiti del soffocamento».

Uno stato di abbandono lontano dai trend e dalle medie dell’area Ocse, dove la spesa totale in ricerca sul Pil nel 2015 è cresciuta del 2,1% (meno che nell’anno precedente: 2,8%), soprattutto grazie alla crescita costante della quota del privato (+2,8%). In Italia l’investimento è passato all’1,13% sul Pil del 2007 al 1,29% del 2014, ma con Pil calante. In ogni caso distante dalla media europea di quasi il 2% di Pil.

La leva dell’innovazione è l’industria, il pubblico arretra
La fonte principale dei finanziamenti (44,8%) è di origine industriale, il pubblico copre il 41,9%, e per il 9,50%è proveniente dall’estero (media 2010-2013). Rispetto al triennio precedente si registra un aumento dell finanziamento privato e estero, mentre diminuisce il finanziamento pubblico.

Nel complesso delle 34 missioni in cui si articola il bilancio dello stato – come ha spiegato la Ragioneria dello Stato in una audizione al senato – «le missioni maggiormente ridimensionate nel periodo considerato sono, nell’ordine, la missione Istruzione universitaria (-19,9 per cento in media), la missione Fondi da ripartire (-14,5 per cento in media) e la missione Ricerca e innovazione (-12,17 per cento in media)”. E anche per il futuro c’è poco da sperare sia per la Ricerca sia per l’Università.

Italia è divisa in due anche nella ricerca. Il divario fra Nord e Sud è infatti drammatico, ma anche all’interno del Nord e Centro Italia si osservano notevoli differenze. «Paradigmatico il caso della Lombardia – siu legge nel report – più vicino per certi versi alla situazione della ricerca oltralpe, dove, oltre al peso maggiore del finanziamento industriale, si osserva che la metà di tutti gli investimenti provengono dal no-profit (come Airc, Telethon)».

Ricercatori di qualità ma sistema debole
Pochi soldi, pochi ricercatori. Nel 2013 operava in Italia un numero di ricercatori pubblici e privati pari a 164 mila unità (4,9 ogni 1.000 occupati). Negli altri maggiori paesi europei, la presenza è più numerosa e capillare: 357 mila in Francia (9,8 ricercatori per 1.000 occupati); 522 mila in Germania (8,5); 442 mila nel Regno Unito (8,7); 216 mila in Spagna (6,9). Rispetto a Francia e Germania, l’incidenza è particolarmente bassa nel settore privato.

E quei pochi spesso fuggono all’estero. Un «regalo di intelligenze», sottolineano gli sicenziati, non compensato da ingressi di ricercatori dall’estero. Le uscite sono pari al 16,2%, mentre le entrate dall’estero sono ferme al 3 per cento.

E anche la classica consolazione del «pochi ma buoni» è ormai da archiviare nel cassetto delle leggende metropolitane. Spesso si dice «che, pur con pochi ricercatori e fondi, la ricerca italiana continua a registrare risultati di tutto rilievo». Ma ormai è vero solo in parte. La produttività dei ricercatori italiani è alta. Ma «Qualsiasi strumento si usa, complessivamente al IV posto in Europa (…) L’Italia produce il 3,4 per cento delle pubblicazioni scientifiche internazionali e può contare su una quota analoga di
citazioni, con un H Index (indicatore che misura simultaneamente sia la produttività che l’impatto dei ricercatori) pari a 515, inferiore del 30 per cento a quello britannico, di oltre il 20 per cento a quello tedesco e del 15 per cento a quello francese». (Montanaro, Torrini, 2015).

Come numero di progetti europei finanziati, l’Italia è quarta. Ma il tasso di successo delle richieste di finanziamento nel 7 Programma Quadro da parte delle strutture italiane è inferiore a quello degli altri principali paesi europei: 18,3 per cento, a fronte di una media EU28 del 20,5. Il quadro è ancora meno favorevole se si considera l’importo dei contributi richiesti (dati Anvur). «E nostre elaborazioni – spiegano gli scienziati – confermano lo scarto fra numero di progetti e totale finanziamenti anche per i primi anni di Horizon 2020».

Va ricordato tuttavia che a fronte degli scarsi risultati in bandi competitivi come Erc, «i ricercatori italiani continuano a eccellere nelle pubblicazioni scientifiche, sia in
termini di produttività, sia in termini di impatto citazionale».

Giannini: «Con il Programma nazionale della ricerca 2 mld entro il 2017»
La ministra dell’Istruzione università e ricerca, Stefania Giannini promette un cambiamento: «L’approvazione del Programma nazionale della ricerca – spiega in un messaggio – segnerà una prima inversione di tendenza, stanziando nei prossimi anni fino al 2017 2 miliardi di euro nei principali pilastri della internazionalizzazione, capitale umano, infrastrutture per la ricerca, Mezzogiorno e partnership pubblico-privati». «Insieme a questo – ha evidenziato ancora Giannini – abbiamo una straordinaria opportunità di accelerazione degli investimenti con il Piano Juncker che finanzia progetti dedicati a infrastrutture anche immateriali con il coinvolgimento di attori privati. Ne abbiamo parlato poche settimane fa con i Commissari Moedas e Katainen. Questi sono gli obiettivi con cui il governo e il mio ministero in particolare vogliono riprendere a parlare di conoscenza in Italia. Sapendo che non è una scommessa folle, ma un investimento saggio».

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...