Inguscio (Cnr): «La ricerca pubblica aspetta la riforma, va data più autonomia agli enti»

da Scuola 24

di Marzio Bartoloni

«Vogliamo mandare un appello chiaro al Governo, quello di non perdere l’occasione di fare finalmente una riforma che il mondo della ricerca aspetta con impazienza per poter operare con la giusta dinamicità in un settore che come il nostro può dare una mano al Paese nella ripresa economica. Chiediamo autonomia gestionale e di reclutamento». Massimo Inguscio, presidente del Cnr è stato delegato dalla conferenza dei presidenti degli enti pubblici di ricerca a rappresentarli in un momento delicato per tutta la ricerca pubblica. Siamo infatti alla vigilia dell’atteso varo del decreto attuativo della delega della riforma Madia che dovrebbe appunto garantire una maggiore autonomia agli enti e che però nelle ultime settimane ha incontrato qualche scoglio, a cominciare dalle critiche al testo del ministero dell’Economia : «Ecco non vorremmo – aggiunge Inguscio – che a causa di alcune criticità non si rinunciasse ad attuare quello che è lo spirito di questa riforma che come recita l’articolo 13 punta a favorire e semplificare le attività degli enti pubblici di ricerca e rendere le procedure e le normative più consone alle pecularità degli scopi istituzionali di tali enti, anche considerando l’autonomia e la terzietà di cui essi godono».

Il decreto e le critiche del Mef
La delega secondo quanto prevede la riforma Madia dovrebbe essere approvata entro il 26 agosto. Tempi stretti visti i tanti passaggi che mancano ancora – dal primo via libera del consiglio dei ministri ai pareri delle commissioni parlamentari e della Stato Regioni prima del sì finale di Palazzo Chigi – che fanno pensare a un probabile slittamento. In più a rendere difficile il cammino sono stati appunto alcune critiche piuttosto mirate arrivate al testo dalla Ragioneria generale dello Stato che in un suo parere mette nel mirino le novità normative sul personale e la “parificazione” dei percorsi di carriera di ricercatori e tecnologi a quelli dell’università. La bozza di decreto secondo il Mef sottrae infatti ricercatori e tecnologi dal regime dell’impiego pubblico privatizzato (legge 165/2001) «operando una sorta di “ripubblicizzazione”» e nei fatti «uniformando» i ricercatori e tecnologi degli enti alle norme della riforma Gelmini (240/2010) che riguardano lo status giuridico dei professori universitari. Una revisione che secondo l’Economia è al di fuori di quanto stabilisce la delega. Su questo punto i vertici degli enti di ricerca non si esprimono, ma in un comunicato avvertono che «la Conferenza dei presidenti auspica l’adozione degli interventi che, coerentemente con i principi della delega, consentano di rafforzare l’autonomia degli enti pubblici di ricerca, riconoscendone il ruolo strategico per il Paese e la specificità nell’ambito della pubblica amministrazione».

L’appello degli enti di ricerca
«Noi presidenti degli enti di ricerca – avverte Inguscio a Scuola24 – ci siamo visti diverse volte negli ultimi giorni presso il Cnr proprio per manifestare la nostra attenzione a questo decreto e per far sapere al Governo che a questo punto sarebbe spiacevole che per alcune criticità si rinunciasse all’occasione di attuare questa riforma». Sul punto critico segnalato dal ministero dell’Economia Inguscio non si esprime, anche perché non c’è unanimità di vedute neanche tra gli stessi presidenti degli enti di ricerca, ma comunque fa sapere quello che resta un punto cruciale che è irrinunciabile: «Noi chiediamo che si attui lo spirito innovatore dell’articolo 13 della riforma Madia che riconosce una specificicità alla ricerca pubblica all’interno della Pubblica amministrazione e per questo chiediamo che si riconosca una vera autonomia gestionale agli enti di ricerca». Autonomia che deve arrivare anche nelle politiche di reclutamento: «Vorremmo che si eliminasse la vecchia logica della pianta organica facendoci lavorare sul budget», conclude Inguscio.

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2 pensieri su “Inguscio (Cnr): «La ricerca pubblica aspetta la riforma, va data più autonomia agli enti»

  1. L’eutanasia della delega stava già scritta nella legge delega stessa: come ormai tutti i ricercatori degli EPR sanno, le riforme senza soldi non fanno che peggiorare le cose. La mossa dei Presidenti può forse servire ad eliminare un po’ di burocrazia (cosa che, per carità, non guasta) ma certo non può servire a rilanciare il ruolo e la funzione degli enti di ricerca portando al ruolo dei loro attori principali, i ricercatori, un po’ di dignità (come è possibile che guadagnino la metà dei colleghi stranieri? E come è possibile che un tecnico/amministrativo possa guadagnare più di un ricercatore? Come è stato possibile che un ricercatore abbia scarse o nulle possibilità di crescita professionale?). Non sembra che da parte di questo governo ci sia molta consapevolezza della cosa. Si spera nel prossimo (quando verrà).

  2. Purtroppo tutti i governi han dimostrato di non conoscere la situazione degli EPR e del personale ricercatore. A questo punto sembra davvero che l’unica speranza sia da riporre nel Movimento 5 Stelle; in questi primi 3 anni di legislatura han dimostrato in Parlamento (a partire dall’indagine conoscitiva in Commissione e poi nei vari passaggi della legge Madia) di aver compreso la frustrazione dei ricercatori degli EPR e di avere a cuore la sorte della ricerca pubblica (a differenza, a questo punto si può ben dire con un certo grado di confidenza, del PD).

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