Bisogna ritrovare il valore perduto della ricerca

Fonte: Scuola24

di Fernando Ferroni * 
Uno spettro si aggira nel mondo della ricerca europeo. La valutazione dell’impatto economico e sociale della ricerca stessa. La recente scelta inglese di valutare l’impatto della ricerca compiuta dalle università (il cosiddetto Ref, Research excellence framework) ha destato interesse e risvegliate antiche paure. Poiché vivere nella paura non si può, è bene riflettere sul significato e sulle implicazioni di questo tipo di valutazione della ricerca. «Science Europe» è una libera associazione di Enti di ricerca e Agenzie di finanziamento della ricerca, con sede a Bruxelles. È un luogo dove entrambi gli attori (scienziati e politici/finanziatori) discutono insieme, confrontano esperienze e pratiche, ma anche suggeriscono strade da percorrrere e fanno proposte concrete. Alla Commissione e alle Istituzioni europee innanzitutto, ma non solo.

Pochi giorni fa «Science Europe» ha pubblicato una sua proposta ( «let’s talk about the value of the research, not just the impact») di principi base e di azioni da intraprendere. Ribaltando l’atteggiamento di chi vuole ridurre la nozione di impatto a un piccolo numero di indicatori, «Science Europe» mette al centro il valore della ricerca. Un valore che innanzitutto risiede nel fatto che fare ricerca è investire (nel futuro), e questo significa che – in assenza di una sfera di cristallo – nessuna pratica di valutazione dell’impatto può afferrare completamente il valore di una ricerca. Il Ref inglese ha mostrato che nelle scienze della vita e nelle “scienze dure” (ingegneria compresa), l’impatto avviene con la stessa probabilità dopo cinque o dopo venti anni. Quindi sperare (o immaginare) di misurare l’impatto contando quanti soldi si ottengono con un brevetto pubblicato due o tre anni prima non è solo fuorviante e limitante. È sbagliato e chi lo volesse utilizzare come indicatore per definire finanziamenti e politiche della ricerca commetterebbe un errore.

La seconda affermazione di «Science Europe» è di fare attenzione alle diverse modalità con le quali la ricerca impatta sulla società. E non si tratta qui della differenza tra una Facoltà di Ingegneria e una di Scienze Umane. All’interno della stessa area la valorizzazione della ricerca avviene con modalità diverse. L’Istituto nazionale di fisica nucleare (come altre strutture di ricerca, per esempio il Cern), compie ricerche al limite della conoscenza scientifica e tecnologica. Il suo trasferimento di know-how alle imprese partner avviene soprattutto attraverso commesse a industrie, cui bisogna spiegare come produrre un determinato oggetto. È un processo che sfugge alle metriche normalmente utilizzate, ma che produce un valore (un impatto) per le aziende coinvolte. La ricerca di base è curiosity driven e proprio per questo produce innovazione radicale, e applicazioni impreviste all’origine. Il Centro nazionale di adroterapia oncologica (Cnao) di Pavia, si basa su principi e idee sviluppati e studiati negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso. La prima proposta di utilizzo di adroni in una terapia contro il cancro è del 1946 a opera di Robert Wilson, che 20 anni dopo fonderà Fermilab, dove sperimenterà la terapia utilizzando gli acceleratori con i quali gli scienziati andavano a caccia (e scoprivano) nuovi quark.

Il rapporto indipendente commissionato dalla Ue, e coordinato da Pascal Lamy (già Presidente del Fondo Monetario Internazionale), raccomanda esplicitamente di “afferrare e comunicare meglio” l’impatto della ricerca. Da questo punto di vista «Science Europe» non propone solo paletti ma azioni concrete. A cominciare dal mondo della ricerca, che deve incorporare la nozione di valore nelle sue attività. Talvolta i ricercatori non si rendono conto dell’impatto della propria attività. Impatto sociale, ci suggerisce «Science Europe», inteso nel suo senso più ampio. Un valore che va comunicato, senza timori ma con gli opportuni caveat. Con la consapevolezza che l’avanzamento della conoscenza – lo spostare anche poco più in là le Colonne d’Ercole – è in sé un valore. E che la maniera migliore perché la ricerca sia valida è che questa sia condotta secondo gli standard migliori. I suoi frutti verranno.

* presidente Infn e componente del governing board di Science Europe

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