Lavoro al Cern, in Italia non riesco a tornare

Fonte: Invece Concita
Livia Soffi ha studiato Fisica con professori da Nobel

Livia Soffi ha studiato Fisica con professori da Nobel

Grazie a Livia Soffi, 30 anni, che lavora a Ginevra

“Sono anni che ci raccontiamo la favola bella dell’università italiana che sforna talenti, li manda orgogliosamente in giro per il mondo e poi se li scorda, o meglio, fa finta di non conoscerli quando qualche anno dopo bussano alla porta per tornare a casa. Ed ecco che il gioco dei meriti diventa la gara delle colpe e delle responsabilità”.

“Nel mio caso allora, la colpa maggiore ce l’ha il professore di fisica del liceo di una città tanto piccola quanto chiusa come Viterbo: ci appassionò così tanto alla materia che su diciassette studenti finimmo per laurearci e dottorarci in fisica in cinque. Seguono poi, nella lista dei colpevoli, i miei relatori di tesi di dottorato, che mi consigliarono di accettare una posizione di post-doc all’università di Cornell, negli Stati Uniti, per continuare il mio lavoro di ricerca al Cern di Ginevra”.

“Proprio la mia esperienza di lavoro con un’università americana, mi ha fatto conoscere diversi aspetti della vita accademica. Il primo è che siamo davvero bravi. Ci guardano con ammirazione dall’altra parte dell’oceano, ci ‘rubano’ come l’oro. Conoscono la qualità dei nostri insegnanti, si fidano della nostra preparazione. Ci assumono e neanche due settimane dopo ci danno in mano classi di studenti a cui sperano possiamo insegnare, prima di tutto, il metodo”.

“Purtroppo conoscono anche come funzionano le cose in Italia. Recentemente ho fatto domanda per un posto da ricercatore a tempo determinato in Italia, e ho chiesto una lettera di referenza al mio capo americano. Il bando era scritto solo in italiano, e per inviare la lettera bisognava interagire con la segretaria che parlava solo italiano. Il mio capo mi ha scritto la lettera, ma l’ha accompagnata con una mail in cui era scritto ‘non capisco perché tu voglia tornare in un posto in cui le cose funzionano cosi’. E’ stata una delle mail più difficili a cui rispondere”.

“E’ un sistema che sforna talenti, ma che di fatto non funziona, da cui è facile uscire tra onori e gloria, ma in cui è difficile rientrare, lottando continuamente con clientelismi, favoritismi, burocrazia e mancanza di fondi. Io, come tanti, l’ho vissuto sulla mia pelle. Gli studenti americani nell’università della Ivy League non pagano meno di cinquantamila  dollari l’anno per laurearsi.
Io al primo anno di università pagai venticinque euro di tassa universitaria”.

“Dopo tre anni avevo davanti a me a insegnarmi la meccanica quantistica Luciano Maiani, Nobel mancato, che ci spiegava il meccanismo GIM: ‘GIM sta per  Glashow, Iliopoulos e M… Me Medesimo’. Quelli più anziani di un anno fecero in tempo a farsi raccontare la matrice CKM dal professor Cabibbo, Nobel rubato, che a quella matrice da Nobel dava un pezzettino di nome”.

“E’ un’Italia che non ci vuole più indietro. Nel 2017 si è aperto solo un posto da ricercatore a tempo determinato in Sapienza: evidentemente non era pensato per me. Se avessi voluto far domanda in America, ne avrei avuti a disposizione 21. Sicuramente mancano i soldi, ma ancora di più manca la lungimiranza. Manca un sistema trasparente che si prenda davvero cura del talento di cui si fa bello, ma solo sulle pagine di giornale”.

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