La prorettrice dell’Università di Torino interviene sui ricercatori italiani all’estero

Dopo la lettera di Livia Soffi sul blog di Concita de Gregorio e quella del ricercatore torinese assunto in Svizzera, la riflessione sul brain drain della prorettrice dell’università di Torino.

fonte: Repubblica Torino

La professoressa Barberis sul caso del ricercatore assunto in Svizzera: “Il nostro Paese è poco competitivo e questi casi non sono rari, ma le imprese dovrebbero aprirsi di più”

di STEFANO PAROLA
Tutto sommato «è una storia di successo», dice Elisabetta Barberis, prorettrice dell’Università di Torino. Dopo undici anni di precariato, Massimiliano Probo, assegnista di ricerca del suo dipartimento di Agraria, è stato assunto a tempo indeterminato nel principale ente di ricerca agraria della Svizzera dove coordinerà un team specializzato in sistemi pastorali. «Se un ragazzo di 35 anni, dunque piuttosto giovane, vince una posizione di questo tipo è molto positivo», dice la numero due di “Unito”.

Prorettrice, però è anche l’ennesimo caso di giovane studioso di talento costretto a emigrare per lavorare, no?
«In un ambiente globale come quello di chi fa buona ricerca, e lui evidentemente la fa se è riuscito a pubblicare 15 lavori su riviste internazionali, è normale che si vada e che si venga, specialmente a 35 anni. Condivido ciò che sostiene anche lui e cioè che per un italiano che va in Svizzera, però, dovrebbe esserci anche uno svizzero che viene in Italia».

Eppure succede raramente: per quale motivo?
«Perché il nostro Paese è molto poco competitivo. Il sistema universitario italiano sta facendo passi avanti ma non basta. C’è prima di tutto una questione di stipendi: per quanto ne so, un dottorando svizzero prende circa il doppio di un suo omologo italiano, immagino che il giovane collega di cui Repubblica ha raccontato la storia ora potrà guadagnare anche più di un associato».

Gli altri fattori frenanti?
«La nostra didattica non è abbastanza internazionale, i corsi in lingua inglese sono ancora pochi. All’Eth di Zurigo è accettato che un ricercatore appena arrivato inizi insegnando in inglese fino a quando non imparerà il tedesco. Da noi non è possibile. Poi c’è un tema legato al meccanismo dei nostri concorsi: per lavorare in Italia occorre ottenere un’abilitazione nazionale e anche questo frena l’arrivo di studiosi stranieri».

L’Università di Torino è riuscita ad attrarne qualcuno negli ultimi anni?
«Siamo andati bene sul programma Montalcini, che favorisce il ritorno in patria dei ricercatori italiani all’estero. Su professori e ricercatori stranieri, invece, il numero è piuttosto basso».

Lei parla di storia di successo, però la si può leggere anche in un altro senso: per tutti questi anni l’Università ha investito su questo ricercatore ma poi non ha saputo trattenerlo e ora a beneficiare della sua esperienza sarà il settore agricolo svizzero. Lui sente di far parte di una generazione senza prospettive in Italia. Si sbaglia?
«Purtroppo abbiamo sofferto molto il blocco del turn-over, ossia l’impossibilità di sostituire le uscite con nuove assunzioni. Il momento più pesante è stato quello tra il 2012 e il 2014, mentre negli ultimi tre anni abbiamo un po’ recuperato e siamo riusciti a bandire più posti da ricercatore e da professore associato. Però non c’è posto per tutti i dottorandi, non solo da noi, ma pure in giro per il mondo».

La prorettrice Elisabetta Barberis

 

Quindi i dottori di ricerca sono destinati a non avere sbocchi professionali?
«È assolutamente normale che vadano a lavorare in enti di ricerca come quello elvetico, che non fanno parte del sistema universitario. Il problema è che in Italia i centri di questo tipo sono pochi, soprattutto rispetto a Paesi come la Svizzera, quindi gli spazi sono minimi».

Si riferisce a realtà come il Cnr o l’Enea?
«Esatto. Aggiungo un altro aspetto. L’Università di Torino, il Politecnico e l’Università del Piemonte Orientale messe insieme valgono circa l’8-9 per cento dell’intero sistema accademico nazionale. Gli enti di ricerca pubblica presenti in questa regione, invece, pesa per circa il 3 per cento del totale nazionale. Da questo punto di vista il Piemonte è sottodimensionato e per i nostri dottori di ricerca è un handicap ulteriore. Infatti non è raro che trovino posto in enti di ricerca in Inghilterra o in Francia. Ecco perché si crea il paradosso di cui dicevamo prima: spendiamo per formare persone molto brave e poi le regaliamo altrove».

In teoria un dottore di ricerca potrebbe pure trovare un impiego in un’azienda. no?
«Certo, ma anche questo è un tasto dolente, perché nel mondo dell’impresa c’è ancora poca consapevolezza di quanto possa essere utile questo tipo di figura».

Quanti sono i giovani in Università che si trovano in situazioni di questo tipo?
«Ogni anno l’Università finanzia 110 posti di dottorato, ai quali se ne aggiungono 70-80 finanziati da fondazioni bancarie e altri soggetti. È evidente che non possiamo bandire ogni anno altrettanti posti da ricercatore ed è quindi normale che debbano trovare posto altrove. Il fatto è che quando si dice che l’Italia destina una percentuale di Pil molto bassa alla ricerca, non vuol dire solo che sottofinanzia l’Università ma anche tutti gli altri centri nazionali».

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