Stefano Buono, lo «sconosciuto» scienziato diventato Mr. 3,9 billions

–dall’inviato

Storia abbastanza sconosciuta di uno scienziato italiano, Stefano Buono, che, diventando imprenditore, ha fatto successo. Un successo di cifra ed entità, dimensioni e attitudine americane, più che europee. Nella bolla mediatica del venture capital italiano – negli ultimi venti anni alimentata dalle epiche gesta di startupper che fatturano come cinque pizzerie storiche di Napoli o come tre macellerie ben avviate della Brianza – Stefano Buono, 52 anni, non è in prima fila. E non è nemmeno in seconda o in terza.

Lui non ha nulla dell’imprenditore biotech abituato a parlare con i banchieri d’affari e con gli analisti. È vestito esattamente come quei compagni di liceo bravissimi nelle materie scientifiche – «in effetti, mi sono diplomato con 60/60 al Galileo Ferraris di Torino, ma devo dire che mi veniva tutto bene, non ho mai studiato» – e che poi frequenta l’università con naturalezza ma senza il sacro fuoco del dovere e dello studio matto e disperatissimo («alla facoltà di Fisica di Torino ho preso 110, senza lode però»): ha i jeans blu denim, la camicia azzurra e un maglione grigio con la zip davanti. Andiamo a mangiare da Ribot, a Milano, a pochi minuti dalla redazione del Sole 24 Ore. Lui prende una tagliata di manzo, con verdure bollite. Io un piatto di ravioli al sugo di noci.

Stefano – rare presenze ai convegni e comparsate ai festival, zero consulenti milanesi per la comunicazione e pochi articoli sui giornali italiani – non lo conosce praticamente nessuno. Sarà che la società che ha fondato nel 2002, la AAA, era di diritto francese. E, però, i capitali iniziali – e la prevalenza della base tecnoproduttiva – erano italiani. Sarà che il passaggio cruciale è avvenuto nel 2015 con la quotazione al listino tecnologico di New York, il Nasdaq, di questa società specializzata in medicina nucleare, in prodotti diagnostici e in terapie nell’oncologia, nella cardiologia e nella neurologia. E, però, alla fine la Novartis ha pagato 3,9 miliardi di dollari – il closing formale è avvenuto il 19 gennaio di quest’anno – per realizzare una Opa totalitaria e amichevole su una società – 150 milioni di euro di fatturato nel 2017 e 630 addetti in tutto il mondo – la cui forza potenziale e la cui dimensione europea sono imperniate anche – soprattutto – sui laboratori dislocati e sulla ricerca effettuata a Venafro in Molise, a Meldola in Emilia Romagna, a Saluggia e a Colleretto Giacosa in Piemonte. Il nostro Paese. Il quale – come chiarisce bene questa storia – ha un senso scientifico e una validità strategico-industriale soltanto se inserito nel contesto continentale e se proiettato su mercati – commerciali e delle idee – globali…

continua su Il Sole 24 Ore

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