Le due facce opposte del «brain drain» italiano

da: Il Sole 24 Ore

di Stefano Paleari

Il bellissimo risultato conseguito da Alessio Figalli vincitore della Medaglia Fields e docente a Zurigo ha riproposto il tema degli scienziati italiani all’estero e della mancanza di opportunità per persone di valore che si sono formate nel nostro Paese.

Il fenomeno ha dimensioni rilevanti. Si stima che nel decennio 2010-2020, l’Italia perderà 30mila ricercatori.

La formazione di questi ricercatori pesa sul bilancio pubblico per circa 5 miliardi di euro (elaborazione dati Istat) contribuendo allo sviluppo economico dei Paesi ospitanti.Il risultato è una perdita netta di capitale umano, con un conseguente mancato ritorno dell’investimento educativo nelle sue diverse forme, economiche e socio-culturali.Il saldo negativo tra flussi in uscita e in entrata di ricercatori mostra peraltro un trend crescente, fino a parlare di una vera e propria diaspora di cervelli. Non solo, ma i racconti delle eccellenze che lavorano all’estero lasciano presagire che, non solo c’è un saldo negativo ma che, a fortiori, siano anche i migliori a fuggire dal nostro Paese.

Quando si parla di brain drain si fa riferimento quindi sia al saldo migratorio di capitale umano sia alla fuga dei migliori.Mentre sui saldi tra entrate e uscite c’è poco da dire, e cioè che esistono e sono in crescita, sul fatto che si spostino sempre e solo i migliori non vi sono analisi scientifiche. Va provata quindi una tesi che, non solo getta discredito sul nostro Paese ma, se vogliamo, anche su coloro che restano, identificati come “i peggiori”. Fa piacere peraltro notare la pacatezza e l’equilibrio con cui Alessio Figalli ha descritto il suo percorso di carriera e il commento del nuovo ministro Bussetti che ha affermato che si tratta solo della punta di un iceberg, riconoscendo quindi il valore complessivo di tutti i ricercatori italiani.Per avere una visione quantitativa del fenomeno, al di là dei singoli casi che i media propongono in occasioni come quella di Figalli, insieme a Mattia Cattaneo e Paolo Malighetti abbiamo confrontato la qualità scientifica di due popolazioni di ricercatori che hanno svolto il dottorato nel nostro Paese e poi si sono divisi: una parte ha proseguito l’attività scientifica all’estero (30%), la restante ha continuato a lavorare in Italia. La tesi da verificare è appunto che il campione di emigrati “batte” sul piano della ricerca gli autoctoni. I risultati sono stati da poco pubblicati con il titolo “The Italian Brain Drain: cream and milk” sulla rivista scientifica Higher Education.

L’analisi è stata condotta su una popolazione di circa 1.500 dottori di ricerca italiani provenienti dai dottorati in economia, finanza e management e che hanno conseguito il titolo di dottorato tra il 2008 e il 2010. La scelta delle discipline non è casuale: si sono presi dottorati da tempo internazionalizzati e brain-driven cioè dove laboratori e infrastrutture non la fanno da padrone.L’analisi rivela che le performance di ricerca nel periodo di dottorato e nell’anno successivo tra coloro che sono andati all’estero e quelli che sono rimasti in Italia non sono statisticamente differenti. Non si può quindi affermare tout court e nel caso specifico che abbandonano l’Italia solo i migliori. Guardando ai dati con maggiore profondità si sono poi studiate la distribuzione dei campioni e le determinanti del fenomeno. E qui arriva un’altra sorpresa. Mentre il campione di chi resta in Italia ha una produzione scientifica più concentrata intorno al valore medio, quelli che emigrano tendono a raggrupparsi intorno a due aree: quella che presenta una qualità della ricerca molto superiore alla media e quella, viceversa, che si colloca molto al di sotto della media. In altre parole: le popolazioni non si differenziano statisticamente ma, nello specifico, gli “emigrati” si polarizzano tra eccellenza e mediocrità.

Questi risultati sono stati sintetizzati in una curva di probabilità, dove si vede che la probabilità di andare all’estero è molto alta sia quando vi sono alte performance scientifiche (misurate come somma degli impact factor degli articoli pubblicati) sia quando la performance è relativamente modesta. A titolo di esempio, preso il 5% migliore, coloro che sono all’estero registrano un indicatore di performance pari a 14,9 contro 9,4 degli autoctoni. Dall’altro lato, tra quelli emigrati, il 25% non fa registrare alcuna pubblicazione mentre questa percentuale scende al 17% per i ricercatori rimasti in Italia. Quali i motivi e quali le conseguenze di politica universitaria derivanti da questo studio? I motivi sono semplici: vanno all’estero quelli molto bravi (Figalli docet) perché agganciano gli atenei più blasonati e hanno percorsi di carriera rapidi e adeguate remunerazioni. Vanno altresì all’estero quelli sotto la media perché non si sentono competitivi nel loro Paese; la flessibilità di reclutamento tipica di altre aree, non solo anglosassoni, dà loro una chance subito dopo il dottorato.

Metaforicamente possiamo dire che, la “crema” dei migliori c’è grazie al “latte” rappresentato da tutti coloro che lavorano nel nostro Paese con serietà e merito e a coloro che formano tutti in modo soddisfacente.Sul fronte delle politiche, posto che il saldo demografico tra entrate e uscite di personale qualificato è un problema generale per il nostro Paese (anche quelli sotto la media che vanno all’estero sono altamente qualificati), l’incapacità di trattenere quelli molto bravi suggerisce una riflessione sui nostri tempi patologici di reclutamento e carriera e, probabilmente, sull’insufficienza dell’offerta intesa come risorse a disposizione. Siamo davanti a una questione che rappresenta una bella opportunità di cambiamento per il Governo che si è appena insediato.
Università di Bergamo

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Stefano Paleari

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