Stop ai co.co.co? Addio ai ricercatori

Fonte: La nuvola del lavoro

di Veronica Ulivieri

Altrove sono stati spesso sinonimo di abuso, ma nella ricerca medica i co.co.pro., aboliti dal Job’s Act a partire da gennaio 2016, erano la forma naturale per portare avanti l’attività scientifica.

A pochi giorni dall’inizio del nuovo anno, mentre le lettere inviate al premier e ai ministri della Ricerca e della Salute rimangono senza risposta, gli istituti di ricerca medica sono nel caos.

«Il nostro lavoro è fatto in buona parte di progetti che durano da tre a cinque anni, ai quali lavorano, oltre allo staff interno, anche persone esterne reclutate di volta in volta in base alle competenze necessarie in quel momento. Noi abbiamo utilizzato il Job’s Act per qualcuno, ma non riusciamo a farlo per tutti: una volta finite le risorse dei progetti, saremmo costretti a mandare a casa dei ricercatori», spiega lo scienziato Silvio Garattini, fondatore e direttore dell’istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri. 

«Quasi tutti i finanziamenti che riceviamo per svolgere ricerche sono limitati nel tempo, legati a progetti specifici, e provengono da soggetti non profit per i quali è difficile assumere persone con contratti a tempo indeterminato: finiti i soldi stanziati dell’ente erogatore, che può essere una fondazione, un’associazione, o anche un privato cittadino, l’ospedale si interroga su come farsi carico del personale», aggiunge Adriana Albini, direttrice del laboratorio di Biologia vascolare e angiogenesi dell’istituto di ricovero e cura a carattere scientifico lombardo MultiMedica.

Gli ospedali come quello di Sesto San Giovanni, dove all’attività clinica si affianca quella scientifica, in Italia sono una 48 (20 pubblici e 28 privati) e tutti si stanno interrogando in queste settimane su come portare avanti la ricerca.

Studiano malattie rare, patologie oncologiche, cure attraverso nuove molecole, ma nessuno adesso sa concretamente come comportarsi. «Ci sono ricercatori con cui vorremmo continuare a lavorare, ma con l’abolizione dei contratti a progetto è difficile continuare a retribuirli», dice la funzionaria di MultiMedica.

Il problema, spiega il direttore Risorse umane dell’Istituto europeo di oncologia Massimo Pietracaprina, «è la mancanza di coerenza tra la normativa giuslavorista e quella che regola i finanziamenti alla ricerca». Tradotto, significa che oggi i bandi per i finanziamenti puntano a coprire le spese di specifici progetti, e non i costi di struttura di un istituto, in cui rientrano le spese per contratti di lavoro subordinato.

L’Associazione italiana per la ricerca sul cancro è uno dei grandi finanziatori degli studi sulle patologie oncologiche, con oltre 600 progetti e più di 90 borse di ricerca supportati nel 2015, per un totale di 104 milioni di euro.

«Il problema per gli istituti si pone per la logica che sta dietro i nostri finanziamenti: una quota parte delle risorse che eroghiamo può essere usata per i costi di personale, ma solo per lo svolgimento di quel progetto e solo per quel periodo, con contratti che leghino il reclutamento al progetto stesso», spiega Luana Grimolizzi della direzione scientifica di Airc.

«Il Job’s Act introduce importanti innovazioni, ma entra in contraddizione con il modo in cui oggi sono strutturati i grant alla ricerca. Servirebbero dunque finanziamenti più alti e un’estensione delle erogazioni a tutte le tipologie contrattuali», aggiunge Pietracaprina. 

L’ideale, per Adriana Albini, «sarebbe un percorso “tenure track” in cui i giovani possano formarsi un curriculum e portare risultati nell’ambito di un contratto a progetto o a tempo determinato, con la possibilità di accedere a posizioni più stabili per i profili eccellenti. E’ effettivamente tempo di rinnovare, dato che in molti dei nostri istituti l’età media del personale “di ruolo” è di circa cinquant’anni».

In attesa di una soluzione, allo Ieo si prendono in considerazione le alternative al co.co.pro., che però faticano ad adattarsi alle caratteristiche del lavoro di ricercatore: «Il contratto a tempo determinato non è accettato da alcune tipologie di finanziamento, mentre gli assegni di ricerca hanno finalità diverse, perché puntano a sostenere il ricercatore più che focalizzarsi su un progetto. La collaborazione con partita Iva prevede un’autonomia non coerente con il lavoro scientifico, che si porta avanti in team. Il co.co.co potrebbe rappresentare una soluzione, ma al momento presenta delle caratteristiche troppo stringenti che lo rendono difficilmente applicabile al mondo della ricerca scientifica», dice Pietracaprina.

Che succederà adesso? «Le nostre lettere al governo non hanno ricevuto risposta, ma non possiamo vivere solo di progetti europei, gli unici in cui è previsto il rimborso delle spese anche per il personale assunto», denuncia Garattini. 

«In una riunione del 15 dicembre presso il ministero della Salute, i funzionari della direzione Ricerca e innovazione in sanità ci hanno detto di aver preso contatti con il ministero del Lavoro per ottenere maggiori indicazioni da fornire agli Irccs e per adeguare i criteri di eleggibilità dei costi coerentemente con il Job’s Act», spiega Adriana Albini.

Dal ministero del Lavoro negano che ci sia stata una richiesta di precisazione della normativa e chiariscono che il dicastero non intende introdurre deroghe al Job’s Act per il settore della ricerca. Nei decreti attuativi, sottolineano dagli uffici di via Fiume, è prevista la possibilità di continuare ad applicare contratti co.co.co.

in presenza di particolari esigenze aziendali, a patto che ci sia un accordo con le associazioni sindacali più rappresentative in sede di contrattazione collettiva: con questi accordi, dicono, si potrebbero concordare discipline specifiche per adattare il co.co.co. alla situazione degli istituti di ricerca.

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