Lettera al direttore della Specola vaticana

“…

Passando a considerare il rapporto tra religione e scienza, c’è stato un movimento ben definito, anche se fragile e provvisorio, verso un nuovo e più variato interscambio. Abbiamo cominciato a parlarci l’un l’altro a livelli più profondi che in passato, e con maggiore apertura verso i punti di vista reciproci. Abbiamo cominciato a cercare insieme una comprensione più profonda delle rispettive discipline, con le loro competenze e con i loro limiti, e soprattutto abbiamo cercato aree su cui poggiare basi comuni. Nel far questo abbiamo scoperto importanti domande che ci riguardano ambedue, e che sono di importanza vitale per la più ampia comunità umana della quale siamo al servizio. È d’importanza cruciale che questa ricerca comune, basata su una apertura ed un interscambio critici, debba non solo continuare ma anche crescere ed approfondirsi in qualità e in ampiezza di obiettivi.

Infatti l’influsso che ambedue queste istituzioni hanno sul corso della civiltà e sul mondo stesso, non sarà mai valutato abbastanza, ed è moltissimo ciò che ciascuna può offrire all’altra. C’è, naturalmente, la visione dell’unità di tutte le cose e di tutti i popoli in Cristo, sempre attivo e presente in mezzo a noi nella vita di tutti i giorni – con le sue lotte, sofferenze, gioie e ricerche – che è il centro della vita e della testimonianza della Chiesa. Questa visione porta con sé nella comunità più ampia un profondo rispetto per tutto ciò che è, una speranza e una certezza che la fragile bontà, la bellezza e la vita che vediamo nell’universo vanno verso un completamento e un perfezionamento destinato a trionfare sulle forze di dissoluzione e di morte. Questa visione fornisce anche un forte appoggio ai valori che emergono dalla conoscenza e dalla comprensione sia della creazione, sia di noi stessi in quanto prodotti, conoscitori e custodi della creazione.

Anche le discipline scientifiche, com’è ovvio, ci forniscono una conoscenza e una comprensione sia del nostro universo nella sua globalità, sia della varietà incredibilmente ricca degli intricati processi e delle complesse strutture che sono alla base dei suoi componenti animati e inanimati. Questa conoscenza ci ha dato una più profonda comprensione di noi stessi e del nostro umile ma tuttavia unico ruolo all’interno della creazione. Grazie alla tecnologia questa conoscenza ci ha anche dato la capacità di viaggiare, comunicare, costruire, guarire e investigare in modi che sarebbero stati quasi inimmaginabili per i nostri antenati. Una tale conoscenza e un tale potere, come abbiamo scoperto, possono essere usati nobilmente per favorire e migliorare la vita o possono essere sfruttati per peggiorare o distruggere la vita umana e l’ambiente anche su scala globale.

L’unità che percepiamo nella creazione sulla base della nostra fede in Gesù Cristo come Signore dell’universo, unitamente alla corrispondente unità che ci sforziamo di ottenere nelle nostre comunità umane, sembra avere un riflesso e anche un rafforzamento in ciò che ci rivela la scienza contemporanea. Basta guardare allo sviluppo incredibile della ricerca scientifica, per scoprire un movimento soggiacente verso la scoperta di livelli di una legge e di un processo che unificano la realtà creata, pur avendo allo stesso tempo suscitato la vasta diversità di strutture e di organismi che compongono sia il mondo fisico e biologico sia quello psicologico e sociologico.

La fisica contemporanea ci dà un esempio singolare. La ricerca sulla unificazione di tutte e quattro le forze fisiche fondamentali – gravitazione, elettromagnetismo, interazioni forti e deboli – ha ottenuto crescenti successi. Questa unificazione è in grado di mettere in relazione tra loro scoperte del campo subatomico con quelle del campo cosmologico in modo da gettar luce sia sull’origine dell’universo sia, possibilmente, sull’origine delle leggi e delle costanti che governano la sua evoluzione. I fisici hanno una conoscenza dettagliata, benché incompleta e provvisoria, delle particelle elementari e delle forze fondamentali con cui esse interagiscono a basse e medie energie. Essi ora hanno una teoria accettabile che unifica la forza elettromagnetica e la forza nucleare debole, come pure hanno teorie dei campi, dette di grande unificazione, molto meno soddisfacenti ma promettenti, con cui tentano di unificare anche la forza nucleare forte. Ancora nella linea di questo stesso sviluppo, ci sono già diverse proposte dettagliate per la tappa finale, la superunificazione, quella cioè che include anche la gravità. Non è forse importante notare che in un mondo così dettagliatamente specializzato come quello della fisica contemporanea esista questa spinta verso la convergenza?

Anche nelle scienze della vita è accaduto qualcosa di simile. I biologi molecolari hanno studiato la struttura della materia vivente, le sue funzioni e i suoi processi di moltiplicazione. Essi hanno scoperto che tutti gli organismi della terra hanno alla base gli stessi costituenti i quali compongono sia i geni sia le proteine da essi codificate. È un’altra impressionante manifestazione dell’unità della natura.

Con l’incoraggiare l’apertura tra la Chiesa e le comunità scientifiche, non ci proponiamo un’unità di contenuti tra teologia e scienza come quella che esiste nell’ambito di un dato campo scientifico o della teologia vera e propria. Col crescere del dialogo e della ricerca comune, ci sarà un progresso verso la mutua comprensione e una graduale scoperta di interessi comuni che forniranno le basi per ulteriori ricerche e discussioni. Sta al futuro stabilire in quale forma questo avverrà. Ciò che è importante, come abbiamo già sottolineato, è che il dialogo deve continuare e progredire in profondità e in ampiezza. In questo processo dobbiamo superare ogni tendenza regressiva che porti verso forme di riduzionismo unilaterale, di paura e di autoisolamento. Ciò che è assolutamente importante è che ciascuna disciplina continui ad arricchire, nutrire e provocare l’altra ad essere più pienamente ciò che deve essere e a contribuire alla nostra visione di ciò che siamo e di dove stiamo andando.

Potremmo chiederci se siamo pronti per questo sforzo cruciale. È pronta la comunità delle religioni del mondo, la Chiesa inclusa, ad entrare in un dialogo sempre più approfondito con la comunità scientifica, un dialogo che, salvaguardando l’integrità sia della religione sia della scienza, promuova allo stesso tempo il progresso di entrambe? È preparata ora la comunità scientifica ad aprirsi al cristianesimo e anzi a tutte le grandi religioni del mondo, per lavorare insieme a costruire una cultura che sia più umana e in questo modo più divina? Abbiamo l’ardire di rischiare con l’onestà e col coraggio che tale compito richiede? Dobbiamo chiederci se scienza e religione contribuiranno all’integrazione della cultura umana più che alla sua frammentazione. È una scelta obbligata che ci riguarda tutti.

Infatti una posizione di semplice neutralità non è più accettabile. I popoli, dovendo crescere e maturare, non possono continuare a vivere in compartimenti separati, per perseguire interessi totalmente divergenti dai quali valutare e giudicare il loro mondo. Una comunità divisa favorisce una visione del mondo frammentata; una comunità di interscambio incoraggia i suoi membri ad allargare le loro prospettive parziali verso una visione unificata nuova.

Tuttavia l’unità che cerchiamo, come abbiamo già sottolineato, non è l’identità. La Chiesa non propone che la scienza diventi religione o la religione diventi scienza. Al contrario, l’unità presuppone sempre la diversità e l’integrità dei suoi elementi. Nell’interscambio dinamico ciascuno di questi membri dovrebbe tendere a diventare più se stesso e non meno se stesso, poiché l’unità in cui uno degli elementi viene assorbito dall’altro è falsa nelle sue promesse di armonia e distruttiva dell’integrità dei suoi componenti. Ci viene chiesto di fonderci nell’unità, non di trasformarci gli uni negli altri.

Per essere più chiari, sia la religione, sia la scienza devono conservare la loro autonomia e la loro distinzione. La religione non si fonda sulla scienza né la scienza è un’estensione della religione. Ciascuna ha i suoi principi, il suo modo di procedere, le sue differenti interpretazioni e le proprie conclusioni. Il cristianesimo ha in se stesso la sorgente della propria giustificazione e non pretende di fare la sua apologia appoggiandosi primariamente sulla scienza. La scienza deve dare testimonianza a se stessa. Mentre religione e scienza possono e debbono ciascuna appoggiare l’altra come dimensioni distinte della comune cultura umana, nessuna delle due dovrebbe pretendere di essere il necessario presupposto per l’altra. Oggi abbiamo un’opportunità senza precedenti di stabilire un rapporto interattivo comune in cui ogni disciplina conserva la propria integrità pur rimanendo radicalmente aperta alle scoperte e intuizioni dell’altra.

Ma perché l’apertura critica e lo scambio reciproco sono un valore per entrambi? L’unità ha alla sua origine la spinta della mente umana verso la comprensione e il desiderio di amore dello spirito dell’uomo. Quando gli esseri umani cercano di capire le molteplici realtà che li circondano, quando cercano di trovare il senso dell’esperienza, essi lo fanno raccogliendo diversi fattori in una visione comune. La comprensione si realizza quando molti dati vengono unificati in una struttura comune. L’uno illumina i molti e dà significato al tutto. La molteplicità pura e semplice è caos; un’intuizione, un singolo modello possono dare una struttura a questo caos e renderlo intelligibile. Ci muoviamo verso l’unità ogni volta che cerchiamo il significato della nostra vita. L’unità è anche conseguenza dell’amore. L’amore genuino non va verso l’assimilazione dell’altro ma verso l’unione con l’altro. La comunità umana ha inizio nel desiderio quando questa unione non è stata realizzata, e si compie nella gioia quando quelli che prima erano separati ora si ritrovano uniti.

Nei primi documenti della Chiesa, la realizzazione della comunità, intesa nel senso radicale del termine, era vista come promessa e termine del Vangelo: “Quello che abbiamo visto e udito lo annunziamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con suo Figlio Gesù Cristo. E noi vi scriviamo queste cose, affinché il vostro gaudio sia perfetto” (1 Gv 1, 3). Più tardi la Chiesa si rivolse alle scienze e alle arti, fondando grandi università e costruendo monumenti di straordinaria bellezza così che tutte le realtà fossero riunite in Cristo (cf. Ef 1, 10).

Che cosa è allora che la Chiesa incoraggia in questo rapporto di unità tra scienza e religione? Anzitutto che esse debbono cercare di comprendersi a vicenda. Per troppo tempo si sono tenute a distanza. La teologia, come “fides quaerens intellectum”, è stata definita come lo sforzo della fede per portare a compimento l’intelligenza. Come tale, essa deve oggi attuare uno scambio vitale con la scienza proprio come ha sempre fatto con la filosofia e altre forme di cultura. La teologia, dato il suo interesse primario per argomenti come la persona umana, le capacità della libertà e la possibilità della comunità cristiana, la natura della fede e l’intelligibilità della natura e della storia, dovrà sempre fare appello in qualche grado ai risultati della scienza. Essa sarà tanto più vitale e significativa per l’umanità quanto più saprà fare suoi in profondità questi risultati.

Tocchiamo ora un punto molto importante e delicato che richiede di essere precisato con cura. Non si dice che la teologia debba assimilare indiscriminatamente ogni nuova teoria filosofica o scientifica. Tuttavia, dal momento in cui questi risultati diventano patrimonio della cultura intellettuale del tempo, i teologi devono comprenderli e metterne alla prova il valore coll’esplicitare alcune virtualità della fede cristiana che non sono state ancora espresse. Per esempio, l’ilemorfismo della filosofia naturale di Aristotele, fu adottato dai teologi medievali perché li aiutava ad esplorare la natura dei sacramenti e l’unione ipostatica. Questo non significava che la Chiesa ritenesse vera o falsa l’intuizione di Aristotele, trattandosi di materia fuori del suo interesse. Significava solo che questa era una delle ricche intuizioni offerte dalla cultura greca, che essa aveva bisogno di essere capita, presa sul serio e messa alla prova per la sua capacità di gettar luce in vari campi della teologia. I teologi in rapporto alla scienza di oggi, alla filosofia e ad altri campi del conoscere, possono ben chiedersi se, anche essi, così come fecero questi maestri medievali, hanno saputo compiere un simile, così difficile processo.

Come le antiche cosmologie del vicino Oriente poterono essere purificate e assimilate nei primi capitoli del Genesi, non potrebbe la cosmologia contemporanea avere qualcosa da offrire alle nostre riflessioni sulla creazione? Può una prospettiva evoluzionistica contribuire a far luce sulla teologia antropologica, sul significato della persona umana come “imago Dei”, sul problema della cristologia – e anche sullo sviluppo della dottrina stessa? Quali sono, se ve ne sono, le implicazioni escatologiche della cosmologia contemporanea, specialmente alla luce dell’immenso futuro del nostro universo? Può il metodo teologico avvantaggiarsi facendo proprie le intuizioni della metodologia scientifica e della filosofia della scienza?

Si potrebbero fare molte altre domande di questo tipo. Ma per continuare a proporne si richiederebbe quella specie di intenso dialogo con la scienza contemporanea che, generalmente parlando, è mancato nei teologi impegnati nella ricerca e nell’insegnamento. Ciò comporterebbe che almeno alcuni teologi fossero sufficientemente competenti nelle scienze per poter fare un uso genuino e creativo delle risorse offerte loro dalle teorie meglio affermate. Una tale conoscenza li difenderebbe dalla tentazione di fare, a scopo apologetico, un uso poco critico ed affrettato delle nuove teorie cosmologiche come quella del “Big Bang”. Così pure li tratterrebbe dal non prendere affatto in considerazione il contributo che tali teorie possono dare all’approfondimento della conoscenza nei campi tradizionali della ricerca teologica.

Un contributo chiave a questo processo di mutuo apprendimento può essere dato da quei membri della Chiesa che sono scienziati attivi o, in casi particolari, scienziati e teologi allo stesso tempo. Essi inoltre possono fornire un grande aiuto a tutti gli altri che lottano per integrare nella loro vita intellettuale e spirituale i mondi della scienza e della religione, come pure a coloro che si trovano a dover affrontare difficili decisioni morali nei campi della ricerca e delle applicazioni tecnologiche. Servizi di mediazione come questi devono essere favoriti e incoraggiati. La Chiesa da lungo tempo ne ha riconosciuto l’importanza fondando la Pontificia Accademia delle Scienze, nella quale scienziati di fama mondiale si incontrano regolarmente per discutere sulle loro ricerche e per comunicare alla comunità più ampia in quali direzioni vanno le ricerche. Ma si richiede molto di più.

Il problema è urgente. Gli sviluppi odierni della scienza provocano la teologia molto più profondamente di quanto fece nel XIII secolo l’introduzione di Aristotele nell’Europa occidentale. Inoltre questi sviluppi offrono alla teologia una risorsa potenziale importante. Proprio come la filosofia aristotelica, per il tramite di eminenti studiosi come san Tommaso d’Aquino, riuscì finalmente a dar forma ad alcune delle più profonde espressioni della dottrina teologica, perché non potremmo sperare che le scienze di oggi, unitamente a tutte le forme del sapere umano, possano corroborare e dar forma a quelle parti della teologia riguardanti i rapporti tra natura, umanità e Dio?

Può anche la scienza trarre vantaggio da questo interscambio? Sembrerebbe di sì. La scienza infatti si sviluppa al meglio quando i suoi concetti e le sue conclusioni vengono integrati nella più ampia cultura umana e nei suoi interessi per la scoperta del senso e del valore ultimo della realtà. Gli scienziati non possono perciò disinteressarsi del tutto di certi argomenti di cui si occupano filosofi e teologi. Col dedicare a questi argomenti un po’ dell’energia e dell’interesse che essi mettono nelle loro ricerche scientifiche, possono aiutare altri a scoprire più pienamente le potenzialità umane delle loro scoperte. Essi inoltre possono valutare da loro stessi che queste scoperte non possono mai costituire un sostituto valido per quanto riguarda la conoscenza delle verità ultime. La scienza può purificare la religione dall’errore e dalla superstizione; Ia religione può purificare la scienza dall’idolatria e dai falsi assoluti. Ciascuna può aiutare l’altra ad entrare in un mondo più ampio, un mondo in cui possono prosperare entrambe.

La verità è che la Chiesa e la comunità scientifica verranno a contatto inevitabilmente; le loro opzioni non comportano isolamento. I cristiani non potranno non assimilare le idee prevalenti riguardanti il mondo, idee che oggi vengono influenzate profondamente dalla scienza. Il solo problema è se essi lo faranno con senso critico o senza riflettervi, con profondità ed equilibrio o con la superficialità che avvilisce il Vangelo e ci fa vergognare di fronte alla storia. Gli scienziati, come tutti gli esseri umani, dovranno prendere decisioni su ciò che in definitiva dà senso e valore alla loro vita e al loro lavoro; faranno questo bene o male, con quella profondità di riflessione che si acquista con l’aiuto della sapienza teologica, o con una sconsiderata assolutizzazione delle loro conquiste al di là dei loro giusti e ragionevoli limiti.

Chiesa e comunità scientifica si trovano entrambe di fronte a questa inevitabile alternativa. Faremo le nostre scelte molto meglio se sapremo attuare in collaborazione quell’interscambio nel quale siamo continuamente chiamati ad essere di più. Solo un rapporto dinamico tra teologia e scienza può rivelare quei limiti che salvaguardano l’integrità delle due discipline in modo che la teologia non sconfini in una pseudoscienza e la scienza non diventi inconsciamente teologia. La conoscenza reciproca porta ciascuna di esse ad essere più autenticamente se stessa. Non si può leggere la storia del secolo scorso senza accorgersi che la responsabilità della crisi ricade su ambedue le comunità. L’uso della scienza si è dimostrato in più di un’occasione largamente distruttivo, e le riflessioni sulla religione sono state troppo spesso sterili. Abbiamo ambedue bisogno di essere quello che dobbiamo essere, quello che siamo stati chiamati ad essere.

Così in questa occasione del terzo centenario di Newton, la Chiesa, parlando tramite il mio ministero, fa appello a se stessa e alla comunità scientifica perché si uniscano intensificando i loro scambievoli rapporti costruttivi. Siete ambedue chiamate ad imparare l’una dall’altra, a rinnovare il contesto in cui si fa la scienza e a far progredire l’inculturazione che una teologia vitale richiede. Ciascuna di voi ha tutto da guadagnare da un tale scambio e la comunità umana che entrambe serviamo ha diritto di aspettarselo da noi.

…”


In relazione alla vicenda De Mattei, che recentemente ha riacceso il dibattito su scienza e fede, anche con punte polemiche (a volte ingiustificate), mi è sembrato oggi interessante ricordare queste parole di Giovanni Paolo II, scritte in una lettera al direttore della Specola vaticana il 1 giugno 1988. Papa Wojtyla, da massimo esponente della Chiesa cattolica, indica nel dialogo tra la ricerca – necessariamente con gli strumenti della scienza – della spiegazione e interpretazione della realtà, e la ricerca del senso ultimo, religiosa e filosofica, il destino di due diverse ma entrambe imprenscindibili esigenze dell’uomo. Non, quindi, la divisione settaria e la contrapposizione, ma – piuttosto – l’interazione tra i due punti di vista diversi che cercano di leggere i rapporti tra l’uomo, la natura e ciò che si trova oltre la natura.

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